Lee Ranaldo dacci un po’ di noise

Ho passato la mattinata ad ascoltare il nuovo disco di Lee Ranaldo, “Electric Trim”. Su qualche pezzo (Uncle Skeleton, Circular (Right as Rain), Electric Trim) sono tornato più volte, su altri sono inciampato e ho proseguito oltre. In generale posso dire che mi è piaciuto; per alcuni versi anche più del precedente, per altri no. Mi è piaciuto perché Lee mostra di essere fine songwriter ma anche e sempre avventuroso sperimentatore; ti regala canzoni che potrebbero essere delle semplici ballate, ma poi ci piazza quel qualcosa che ti costringe a stare attento, a cercare di capire dove cazzo voglia andare a parare. E questo è bello, innegabilmente, anche se a volte non lo capisci neanche a bastonate (e in questo “Between the Times and the Tides” è superiore, nella sua scultorea coerenza). E poi c’è questo, che dopo un paio di ascolti del suo nuovo LP ho sentito il richiamo del minatore e mi sono messo a scavare la rete per tirar giù i suoi vecchi lavori, e la mattinata si è chiusa sul suo secondo album, “Scriptures of the Golden Eternity”, un baccanale di drone, ansiogeni schizzi di spoken word e ondate di noise chitarristico. Timpani e cuore in estasi (o quasi) e la voglia di farmi male ascoltando tutta la sua discografia da rumoroso sperimentatore dal primo all’ultimo album, senza pause. E boh, allora forse devo ammettere che qualcosa non è andato come doveva tra me e “Electric Trim”, o forse è solo il fatto che mi mancano terribilmente i Sonic Youth, chissà…

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Havah – Contravveleno (Maple Death, 2017)

Era l’album del giorno una settimana fa per Jes Skolnik di bandcamp daily, è l’album del giorno oggi – stanotte – per il sottoscritto.

È il ritorno degli Havah, la creatura darkwave di Michele Camorani, già impegnato su altri fronti – fronti hardcore e screamo – con La Quiete e Raein. È pubblicato da una delle migliori etichette (davvero) indipendenti del paese infame sul quale state amaramente poggiando il culo: la Maple Death. “Contravveleno” sembra essere la loro terza prova e sembra pure che dovrò mangiarmi i gomiti per almeno una settimana, per non averli scovati prima e non essermeli portati come compagni di viaggio, durante le galoppate sul peugeottino o nelle serate lunghe e buie.

È un’opera oscura e tagliente, “Contravveleno”, figlioccia della darkwave e del gothic rock inglese (Bauhaus, Psychedelic Furs, Killing Joke, giusto per sputare nomi) come pure del miglior rock indipendente italiano (CCCP, Diaframma) e della Resistenza. Già, proprio Lei, perché l’idea del disco ha raggiunto Michele dopo aver ascoltato e assorbito una storia, assurda ma vera, raccontatagli dal partigiano Nullo Mazzesi: una memorabile fuga, lui appena dodicenne, sotto una pioggia di stronze pallottole naziste. Di lì l’idea di scrivere queste dodici storie di resistenza, storie dove le persone “normali” si fanno protagoniste, diventando per caso o per necessità l’antidoto (il “contravveleno” per l’appunto) alla barbarie.

Devo ancora ingoiarlo e digerirlo bene (il che significa che devo portarmelo in giro) e perciò mi limito a segnalarlo senza scavarne troppo gli anfratti; lo farete da soli, perché davvero prende bene e viene voglia di rimetterlo al suo posto, sul piatto, e di farlo girare infinite volte.

Dale Crover – The Fickle Finger of Fate (Joyful Noise, 2017)

Il primo vagito solitario del grande Crover è uno strano amalgama di deformità sludge-sperimentali e dolci, liquide forme psych-pop. Riuscite a immaginarlo? E ora che lo avete ascoltato: ve lo aspettavate un disco così da zio Dale? Io francamente no (non mi aspettavo neppure un suo disco solista, per la verità). Ma meglio così, ché di overdose di sorprese non è mai morto nessuno. Anzi. Annoiato dalle ultime prove dei Melvins, è proprio qui (e nell’esordio dei Crystal Fairy) che sono finito per rifugiarmi nel tentativo di ritrovare la stima nei miei due sludger preferiti, e devo dire che la cosa ha funzionato piuttosto bene. Nel modo schietto e sotterraneo in cui funzionano le cose belle e leggere, che non pretendono di eccedere.

E di eccessi qui dentro ce ne sono davvero pochi, se avete familiarità con i trascorsi del nostro (ovvero la discografia dei Melvins degli ultimi trent’anni). Gli unici che il buon Dave si concede sono quando, per colmare vuoti di ispirazione o divertirsi a sperimentare con la molle materia che si è trovato fra le mani, mette su dei brevi siparietti nei quali si limita a dar sfoggio di arte del pellame (None, No More, Vulnavia, Horse Pills), a perdersi in paludi di psichedelia malatissima (Tiny Sound / I Don’t Know Why, There Goes the Neighbourhoods) o semplicemente a cazzeggiare; poco importano poi, gli eccessi, perché è un vero piacere – un piacere per palati affamati di rock e lisergia – ritrovarsi in compagnia di piccole gemme acide come Bad Move, di sensibili e melodici boogie rock (Hillibilly Math) e ballate folk-psych dal volto tirato (Little Brother). Crover è pur sempre un Melvin e lo sludge acido di Big ‘Uns si occupa di riportare tutto (o quasi) a casa, [update >] con quel video che ricorda un po’ i vecchi videoclip dei Primus e qualcosa dei Butthole Surfers [< update]; è un gran piacere ritrovarsi, ma è solo un momento, una sbandata che prelude alla fuga nell’etereo psych pop appena sporcato di schizzi hard della title-track. Ci prova di nuovo, con più decisione, Thunder Pinky (un quadretto così perfetto che neanche Pollard) ma si finisce per rimanere invischiati nella colla pinkfloydiana di I Found the Way Out.

Per concludere quest’infima chiacchierata, bisogna dire che un EP avrebbe reso di più (ma devo pur ammettere che mi trovo a pensare questa cosa per il 90% dei dischi che ascolto) e che a volte il cazzeggio stanca, senza neanche impressionare, ma pure che Fickle Finger of Fate è un buon esordio, un disco che fa compagnia e che, nei suoi momenti migliori, sorprende e fa star bene.

Chain and the Gang – Best of Crime Rock (In the Red, 2017)

Sembra che abbia voluto prenderci un po’ per il culo, il vecchio Svenonius, rifilandoci il classico pacco da industria musicale alla frutta: una specie di best of travestito (non troppo dài, il titolo parla) da nuova uscita, una collezione di canzoni per lo più già edite, reincise per l’occasione con una formazione tutta nuova e un’inedita cura hi-fi in produzione. E invece no, semmai trattasi di pacco regalo, perché i pezzi suonano meglio qui che altrove e, spesso e volentieri, la nuova versione si presenta come “definitiva” (si ascoltino, a mo di esempio, le due versioni di What Is a Dollar). Svenonius regala performance vocali più efficaci e convincenti (si confrontino le due versioni di Deathbed Confession), la voce della bassista Anna Nasty fa da preziosissimo contrappunto, i riff e gli assoli che sgorgano dalle dita di Francy Z. Graham sono più “presenti” e fanno più male, il battito della sezione ritmica rasenta la perfezione e l’organo (courtesy of Mark Cisneros, che aveva già prestato pregevole servizio alla corte di Kid Congo, per “La Araña Es La Vida”, ndr) ci fa una figura che definirla porca pare un eufemismo. Altro?

A voler parlare per generi, siamo sulle coordinate ormai classiche della discografia dei Chain & the Gang: soul, garage rock e rock’n’roll a grandinate. Gli ingredienti di cui sopra e una diversa mescola, però, donano all’album un’energia e un groove che non erano umanamente prevedibili.

Se non ho fatto male i calcoli, ci sono pure tre inediti – The Logic of Night, I See Progress e Come Over –, che ben si integrano coi vecchi pezzi rimaneggiati e vanno a completare un bel disco, il quale finisce per rappresentare la miglior uscita di sempre a nome Chain & the Gang (sospendo però cautelativamente il giudizio, perché per fine settembre è attesa l’uscita di un altro album, “Experimental Music”).

E dunque: se il nome Chain & the Gang non vi dice nulla, questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza (se non vi dice nulla quello di Svenonius, be’, la questione è più complicata…). Se avete fatto indigestione dei dischi precedenti, “Best of Crime Rock” è un ottimo grappino per digerirli a dovere.

Dead Moon – What a Way to See the Old Girl Go (Voodoo Doughnut, 2017)

frontUn nuovo live dei Dead Moon nel quale tuffarsi a candela. La data registrata su disco (e ancora prima su 8 tracce) è quella del 16 agosto 1994. L’occasione dello show, la chiusura dello storico club all-ages X-Ray Cafe di Portland, palestra di tanti celebrati artisti della prolifica cittadina del Pacific Northwest (Quasi, The Dandy Warhols e Elliott Smith sono passati ripetutamente dal palco di questo piccolo caffè).

Grazie alla Voodoo Doughnut Recordings, che pubblica l’album come volume 6 della serie “Tales from the Grease Trap” (live di archivio della Portland degli anni Novanta), ci è data l’occasione di ascoltare i Dead Moon presi in uno dei loro periodi d’oro (cioè sempre). L’anno è quello di “Crack in the System”, dal quale vengono prelevate Poor Born, Cast Will Change, It’s OK e Killing Me. Altro disco saccheggiato è lo splendido “Unknown Passage” (1989), che porta in dote Demona, 54/40 or Fight e Time Has Come Today . La furia è quella grezza e nature che ce li ha fatti (e continua a farceli) tanto amare, la passione è palpabile, l’elettricità in grado di spostare correnti d’aria calda; la registrazione è ottima, mix e mastering sono curati da Mr. Don Fury e non vedo ragione alcuna per cui dovreste privarvi di questo gioiellino.

Tracklist:

  1. Poor Born
  2. Demona
  3. Cast Will Change
  4. It’s OK
  5. Walking on My Grave
  6. 54/40 or Fight
  7. Killing Me
  8. Running Out of Time
  9. Out in the Blue
  10. Time Has Come Today

Quattro salti al Beaches Brew | #raccontidalvivo

È passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ho “sporcato” queste pagine. È giunto quel periodo dell’anno in cui, solitamente, il lavoro si fotte gran parte del mio tempo libero e, a braccetto col caldo asfissiante, chiude le porte a qualsiasi altra attività che non sia il rinfrescare il ventre col Santo Luppolo o il tuffarsi nelle acque sempre più sudicie del lago vulsinio. Oggi però sono (o mi sento?) più libero, e mentre vengo lentamente risucchiato in un vortice di afa ostinata e gradassa, con le cicale e gli Stiff Little Fingers a far da colonna sonora, provo finalmente a dar la chiusa a questo dannato post, che non ne poteva davvero più di rimanere qui come bozza incompiuta. Ho deciso così, di fare il temerario, perché è giusto così e perché il mese e mezzo appena trascorso ha visto scorrere un torrente in piena di rock’n’roll e danze catartiche, esondato non per caso il 6 e 7 giugno all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, e certe cose vanno raccontate.

Ed eccomi all’argomento che ha scatenato il temerario, il Beaches Brew 2017: un’esperienza di rock & spiaggia che – sciagurato! – ancora mancava al mio curriculum di famelico divoratore di musica dal vivo. Ora CE L’HO e posso ritenermi appagato. Adulto, vaccinato e appagato.

È di tre o quattro cosine che vengo qui a compiacermi, incurante del coro di sticazzi che potrebbe travolgermi – e io manco accorgermi. Della prontezza di riflessi della mia compagna, che è riuscita a scovare (circumnavigando il mio pessimismo cosmico) l’unico ombrellone libero di tutta la spiaggia dell’Hana-Bi, e del nostro sguazzare gaudenti nelle acque fredde dell’Adriatico (ah, che refrigerio!). Delle buone birre che scorrevano gaie e ghiacciate a rinfrescare le gole sabbiose. E poi ovviamente del festival, i cui piatti forti sono stati: le Death Valley Girls, feroci e precise come poch*, hanno confermato appieno la bontà di quanto ascoltato su disco l’anno scorso, facendo esplodere la pista da ballo in danze niente affatto mistiche; Sua Maestà King Khan, il quale nonostante avesse perso la voce in qualche torbido bagordo rivierasco, è riuscito (lui e i suoi sensazionali Shrines) a far ballare e a divertire, contagiando i presenti col noto morbo Jes Grew; i Preoccupations, che son riusciti a tirar su un live set ispirato e granitico, ancorché a tinte fosche, nel bel mezzo di una fottuta (e inaspettata) tempesta di sabbia; gli Shellac, sempre potenti e sarcastici: il sudore e il sudicio che esala dal buon noise rock, se non lo capite peggio per voi; e poi, dulcis in fundo, i King Gizzard & the Lizard Wizard: l’inferno di pogo e crowd-surfing che si è scatenato sotto il palco all’attacco di Rattlesnake e che si è protratto per un’oretta e mezza abbondante ha pochi eguali nella mia memoria di famelico etc etc… La potenza di fuoco sprigionata, la precisione millimetrica dei passaggi più ardui, i balzi improvvisi eppur sensati tra un pezzo e un altro, come fossero (lo sono?) un’orchestra rodatissima guidata dal miglior direttore sulla piazza, le maglie tese del loro space rock marziale, a tratti decisamente heavy, e la soavità delle pop melodie, strambe e perfette: questi i souvenir di lusso che abbiamo riportato a casa dal live set inattaccabile messo su dalla miglior rock band del pianeta terra. Per la cronaca: è finita con Stu Mackenzie (cantante chitarrista flautista testa matta) che ha chiesto al pubblico di farlo “crowdsurfare” fino alla riva, gettarlo in acqua e riportarlo sul palco a terminare il set. Epico!

Per non sbagliarsi mai, occorre ripetere e ripetere e ripetere la gitarella rivierasca ogni cazzo di anno e onorare i King Gizzard ogni volta che si presenterà la possibilità. Amen.

Il nuovo disco di Micah P. Hinson e due tracce da ascoltare

Micah P. Hinson presents The Holy Strangers, la monumentale «moderna opera folk» annunciata durante il recente tour italiano (la data al Monk è stata, per il sottoscritto, uno degli eventi da ricordare di questo infame 2017), uscirà l’8 settembre su Full Time Hobby.

The Holy Strangers, che si presenta con una bella cover raffigurante il nostro, è un concept album lungo un’ora che racconta la storia di una famiglia in tempo di guerra, attraversando tutte le fasi e i “luoghi” della vita, dalla nascita all’innamoramento, al matrimonio e ai figli, fino al tragico epilogo dei tradimenti, della guerra, dell’omicidio e del suicidio.

Mentre attendiamo ansiosi e speranzosi possiamo ascoltare le due tracce che il buon Micah P. gentilmente ci concede, la cashiana Lover’s Lane e l’oscuro battito folk The Years Tire On, che vi presento qua sotto nella loro magnificente bellezza.

Il disco è già pre-ordinabile sul sito dell’etichetta nelle sue due versioni, CD + libro e doppio LP + libro (quattordici tracce entrambi). The Holy Strangers uscirà successivamente in una versione digitale ampliata a ventiquattro tracce.

Enjoy.

Archie and The Bunkers – “You’re My Pacemaker”: il nuovo video + le date del tour europeo

La buona novella è che il prossimo autunno potremo gustarci un nuovo album di Archie and The Bunkers, il giovanissimo duo di Cleveland che un paio d’anni fa ha fatto saltare sulle sedie tutta l’intellighènzia garage-punk internazionale con un ottimo disco d’esordio su Dirty Water. Dodici pezzi di 60’s punk arrogante e anfetaminico, incredibilmente contagioso, sputati fuori coi nervi a fior di pelle e lo scarno aiuto di un organo e una batteria: una roba di fronte alla quale – sul serio, mica balle! – il culo non risponde più ai comandi.

L’autunno è lontano, ma per fortuna i Nostri hanno deciso di darci un assaggino di quel che ci aspetta pubblicando il videoclip di You’re My Pacemaker, che trovate qua sotto.

Il duo delle meraviglie sta per partire per un generoso tour europeo che comprende ben quattro date in Italia, perché lasciarseli sfuggire?

 

European Tour Dates

08/06/17 – FR – Rouen – Le 106
09/06/17 – FR – Bordeaux – Relâche Festival
10/06/17 – FR – Nîmes – This Is Not A Love Song Festival
12/06/17 – PORTUGAL – Porto – Cave 45
13/06/17 – SPAIN – Sevilla – Sala X
14/06/17 – PORTUGAL – Lisbon – Club Sabotage
15/06/17 – SPAIN – Madrid – Wurlitzer Ballroom
16/06/17 – SPAIN – Alicante – Stereo
17/06/17 – SPAIN – Zaragoza – Slap Festival
20/06/17 – FR – Rennes – Le Bar de la Cité
21/06/17 – FR – Nantes – Chien Stupide
22/06/17 – FR – Paris – Mécanique Ondulatoire
23/06/17 – FR – Redange – Cry Baby Car Show
24/06/17 – NL – Groningen – Vera
25/06/17 – NL – Utrecht – DB’s
27/06/17 – GERMANY – Hamburg – Hafenklang
28/06/17 – GERMANY – Munster – Gleiss 22
29/06/17 – CH – TBA
30/06/17 – ITALY – Salsomaggiore – Beat Festival
01/07/17 – ITALY – Ravenna – Hana Bi
02/07/17 – ITALY – Perrugia – T. Trane
05/07/17 – ITALY – Torino – Blah Blah Club
06/07/17 – FR – Belfort – Eurockéennes Festival
07/07/17 – TBA
08/07/17 – NL – Helmond – Cocoa

The Buttertones – Gravedigging (Innovative Leisure, 2017)

Mi sono piombati a casa senza che li avessi invitati e si son rapiti le casse del mio povero portatile, obbligandole a suonare per un cazzo di mese intero questa seducente opera da bassifondi nella quale convivono Gun Club, (la funambolica chitarra di)Dick Dale, Birthday Party, Cramps, Sonics e fogne garage rock’n’roll a piacere vostro. Blues con il punk nel culo, psichedelia nera come la pece, rifferama surf in gradevole scioltezza, sax saltellanti o ondeggianti, bordate psychobilly, ballate assassine, e una bella voce blues, tenebrosa e isterica, debitrice dell’ugola del compianto Jeffrey Lee Pierce. Piatto forte e ingredienti ben dosati.

La musica dei Buttertones vive immersa fino al midollo in un’atmosfera cinematografica che richiama alla mente le colonne sonore firmate Morricone o quelle dei film di Tarantino e non degna mai, neanche per scherzo, di uno sguardo compiacente. Alla fine della corsa, la sensazione è quella di aver ascoltato un racconto noir in formato rock’n’roll.

Inutile (e forse pure pericoloso, «metti che volano») mettersi a sondare le ragioni di un disco che si porta addosso le succitate stigmate (ma se volete saperne di più, qui i Nostri spiegano TUTTO); e pure inutile è cercare di intravedere un suo possibile percorso commerciale in un panorama musicale dominato dal pop mainstream in cerca di credibilità indie, sciatto e accomodante. Meglio limitarsi a far scorrere la puntina sugli undici pezzi che compongono Gravedigging e lasciarsi trasportare da questa intrigante e subdola vecchia onda nera. Il viaggio sarà appagante anzichennò.

Potrei pure chiuderla qui, perché di roba buona ce n’è davvero in eccesso e in questi casi è sempre meglio ascoltarla che farsela raccontare, ma volendo segnalare a tutti i costi una manciata di pezzi da spedire nel futuro, direi senza esitare la crampsiana Two-Headed Shark, la murder ballad tarantolata Sadie’s A Sadist, il valzer schizofrenico di Matador e l’appiccicosissimo surf rock oscuro di Tears for Rosie.

Piatto pesante #1

All Them Witches – Sleeping Through the War (New West): se il precedente era un’opera heavy-folk (si dice? no? sticazzi) caliginosa, oscura e prevalentemente strumentale, questo nuovo lavoro è caldo, heavy, vocale e colorato. È caldo come il blues e il sud degli Stati Uniti, ispirazione prepotente delle otto tracce che lo compongono, e lisergico come un fottuto viaggio heavy lisergico. Ed è la cosa più bella uscita dalla penna e dagli strumenti del quartetto di Nashville.

 

Arbouretum – Song of the Rose (Thrill Jockey): gli Arbouretum fanno quello che tutti si aspettano da loro, ma lo fanno bene. E quindi vale ancora la pena di perdersi, la sera, cullati da queste dolci e rocciose ballate folk rock che profumano di psichedelia (Absolution Song vince su tutte). Che se invece di uscire in primavera fosse uscito in pieno inverno, avrei potuto anche farmici seriamente del male.

 

Colour Haze – In Her Garden (Elektrohasch): i Colour Haze non ce la fanno proprio a non evolversi almeno un po’ (e pare che abbiano anche grossi problemi a fare un disco brutto). Ed ecco, allora, che ti tirano fuori un album che funkeggia a ritmi spinti su tappeti heavy-psych un po’ pazzoidi, virati jazz; per niente facile all’ascolto (ce ne vogliono almeno tre o quattro per entrarci in confidenza), ma infine godereccio.

 

Crystal Fairy – Crystal Fairy (Ipecac): potevano fare un capolavoro e invece hanno fatto un discone, questa la grande colpa del supergruppo composto da Dale Crover, Buzz Osbourne (Melvins), Teri Gender Bender (Le Butcherettes) e Omar Rodriguez Lopez (At the Drive-In, Mars Volta). E il grande merito? L’aver fatto un album di alternative rock deviante di tutto rispetto, pesante e schizzato come pochi, tetro e decisamente poco ruffiano.

 

Feral Ohms – Feral Ohms (Silver Current): noise rock acido e tonante, suonato con piglio battagliero à-la MC5 e condito con epica hard rock anni Settanta. L’esordio dei Feral Ohms trasuda energia, furore e una ruvida semplicità stradaiola fatta di riff aggressivi, assolo taglienti e (grezzi) acuti vocali d’altri tempi. Una roba che può rappacificare all’istante col rock’n’roll.

 

Idles – Brutalism (Balley): con tutta probabilità il disco noise rock dell’anno in corso. Un album che riesce a coniugare e far fruttare, a beneficio di un pubblico ansioso in cerca di catarsi, la decadenza post-punk dei Protomartyr, la scimmia dei Jesus Lizard, il sarcasmo tagliente dei Mclusky e la sensibilità pop dei Blur. Brutale e decisamente poco gentile, ma potenzialmente radiofonico (ehm), Brutalism riesce a ritagliarsi un posto d’onore nel pantheon del noise-punk di tutti i tempi e a scavare un solco profondo e fecondo nell’Inghilterra post-Brexit.

 

Pontiak – Dialectic of Ignorance (Thrill Jockey): i fratelli Carney sono diventati produttori di birra dal 2015 con il marchio Pen Druid. Luppolo e malto d’orzo, niente di che, ma qui sembra abbiano esagerato coi funghetti. Limate le asperità heavy, quel che resta è psichedelia da jam session un po’ noiosa e citazionista, nella quale tutto è un po’ sfumato e fluttuante e della quale poco resta, arrivati alla meta.