Butthole Surfers – Locust Abortion Technician (Touch & Go/Blast First, 1987)

butthole-surfers-Locust-Abortion-TechnicianIn una classifica ideale dei dischi più folli della storia del rock, Locust Abortion Technician dei “Surfisti del buco del culo” si piazzerebbe senz’altro in zona podio, potete scommetterci la dignità.

(In barba all’adagio secondo il quale «l’abito non fa il monaco», i due ridenti pagliacci con cane-pagliaccio che campeggiano sulla bella cover realizzata dall’artista Arthur Sarnoff anticipano in maniera egregia i contenuti del disco).

Ma non è solo la follia a fare del terzo album del combo texano, registrato e autoprodotto in una casa affittata a Winterville, GA e pubblicato da Touch & Go e Blast First nel marzo del lontano 1987, un disco straordinario. Perché si sa (e se non lo sapete potete sempre immaginarvelo, o ascoltarvi l’intera discografia di Frank Zappa), la storia della musica popolare pullula di dischi completamente fuori di melone e in genere, in questi casi, la linea di confine che separa la merda inascoltabile dal capolavoro assoluto è sottile e lurida come carta moschicida.
Se Locust Abortion Technician riesce a piazzarsi dal lato giusto della succitata linea, lo deve piuttosto a una mistura originale ed effervescente di teatralità zappiana, oscurità sabbathiana (la traccia di apertura Sweet Loaf è costruita sul riff di Sweet Leaf), sludge, acid rock, demente furia ramonesiana e noise. Ispirata da un affatto lucido approccio dada, filtrato da copiose dosi di alcool e LSD (per approfondire i retroscena della registrazione del disco vi consiglio questa intervista a Paul Leary).

Urticante e per nulla incline al compromesso, indisposto a concedere alcunché in termini di orecchiabilità, Locust Abortion Technician procede a testa bassa nel suo assurdo trip acido attraverso generi musicali apparentemente inconciliabili, spiazzando persino l’ascoltatore più abituato a stranezze d’ogni sorta.

Alla fine della corsa, dopo aver sguazzato nella melma rock-blues acida di Pittsburg To Lebanon, aver cavalcato il pop-punk recalcitrante di Human Cannonball, essersi violentati le orecchie con il noise-sludge-wave e le urla strazianti di USSA, aver attraversato non proprio indenni il non-so-cosa metallico di The O-Men, essersi fatti del male col testo e il riff tagliente di 22 Going on 23, uno sludge rock che fa da colonna sonora a una conversazione telefonica (si tratta della testimonianza radiofonica di una donna vittima di molestie sessuali, NdR); ecco, dopo aver guadato questo fiume in piena, si esce fuori divertiti e un po’ scioccati, con la sensazione di aver ascoltato qualcosa di VERAMENTE folle e visionario. E affiora un presentimento, quasi una convinzione: che sarà quantomeno difficile riuscire a imbattersi di nuovo in un disco di tal fattura (e fattanza), che sappia esprimere una tale commistione di generi e idee strampalate, facendole suonare tanto idiote ed eccitanti. (9)

Meat Wave – The Incessant (Big Scary Monsters/Side One Dummy, 2017)

Cotto e mangiato in poco più di mezz’ora, registrato come Steve (Albini) comanda, suonato come se fosse l’ultima cosa rimasta da fare prima che l’apocalisse intervenga a spazzar via quel che rimane, grigio come questa infame decade perdida e rosso di rabbia come l’orizzonte. Questa la breve sinossi del terzo album dei Meat Wave, trio di Chicago che corre a perdifiato sulla strada già spianata da numerose e celebrate band post-hardcore, noise rock e affini.

Se ascoltate con attenzione e un pizzico di pedanteria, scorgerete suoni e colori che rimandano a Wipers (vi consiglio di recuperare la loro cover di Mystery, sull’EP Brother), Nirvana, Mission of Burma e, soprattutto, Hot Snakes. Il consiglio, però, è quello di tenere a freno la fredda volontà classificatrice e lasciarvi trascinare da questi dodici pezzi di post-punk furioso e catartico.

Dentro The Incessant c’è tutto quello che si può desiderare, oggi 2017, da un buon disco punk. C’è una traccia d’apertura da annali del post-hardcore (To Be Swayed), un pizzico di pura rabbia hardcore rumorista (Mask) che morde e fugge in cinquanta secondi, schizzi di indie rock chitarristico grigio, emozionale e travolgente (Run You Out, No Light), riff motorik che costruiscono edifici al limite tra noise e post-hardcore (Leopard Print Jet Sky), sfuriate noise-art-punk (Bad Man) e, come se non bastasse, c’è The Incessant, title-track, singolino e grandissimo pezzo da fazzoletto rosso al collo e pugni al cielo, che cattura tempozero con quel suo incessante (ahem…) incedere e la sua rabbia magnetica e liberatoria.

Il terzo album, dice l’adagio, dovrebbe essere quello difficile, ma i Meat Wave se ne fottono e se ne escono piuttosto facilmente con un disco quadrato e a fuoco, teso come una corda di violino e in equilibrio sempre un po’ precario tra introversione e barricate. Direi (8).

Dirty Fences – First EP plus Two Xtra Songs (Dirty Water, 2017)

9. coverI Dirty Fences si formano a Boston nel 2009 dall’incontro fortuito di quattro anime dannate con il chiodo fisso per certo rock’n’roll sporco e veloce (Mötley Crüe, Kiss, Ramones e Dictators, affermano loro).

Il risultato di questa collisione è un garage punk’n’roll dalle leggere tinte glam, che spesso e volentieri prende le forme di un pop-punk grezzo e ubriaco che deve molto alla lezione dei più famosi fratellini newyorkesi (senza però suonare come una loro brutta copia carbone). Tutto questo lo trovate ben condensato nel loro secondo album, Full Tramp (Slovenly, 2015), da recuperare e mettere nell’elenco delle cose più divertenti uscite in questa decade.

Quello che di cui si parla in codesto articolino, invece, non è nient’altro che il loro primo EP (uscito nel 2012 per Volcom Entertainment), riedito da Dirty Water con l’aggiunta di due nuove tracce provenienti da sessioni di registrazione successive alla fine del tour di supporto di Full Tramp.  Per forza di cose, quindi, non c’è omogeneità tra i brani dell’esordio e i nuovi, di quattro anni più tardi, e il disco parrebbe interessare in prospettiva storica, per chi voglia farsi un’idea dell’evoluzione artistica della band. Dico “parrebbe” non a caso, perché i pezzi che lo compongono sono talmente freschi e divertenti che ogni altra considerazione finisce per andare bellamente a farsi fottere già al secondo giro di vinile.

Per quanto riguarda l’EP originale, il suono si concentra sull’asse Dictators/Ramones, con qualche scivolone dalle parti dei Motorhead più spudoratamente rock’n’roll. Passerei l’evidenziatore sulle trascinanti Keep Your Kitten Inside e 1000, che hanno le fattezze di storici inni punk da cantare in coro, East Gun Hill, un pop-punk’n’roll da manuale che avrebbe fatto impazzire Lemmy e potrebbe insegnare qualcosa al CJ post-Ramones, e infine Sid, la vera chicca, un glam-rock’n’roll spinto da un propulsivo riffare ramonesiano che manda in tilt il cervello.

I due pezzi nuovi (2×2 e Sell Your Truth) accentuano le movenze power-pop, poggiando il piede sul freno e “accarezzando” il dolce incedere con del buon vetriolo garage-punk. Dei Ramones rimangono il one-two-three-four e l’amore per le melodie surf; il suono è più ruvido e meno compresso e la scrittura più personale. Le canzoni, infine, ne escono fuori come pezzi grezzi e insolenti di un colorato mosaico 60s (pop)punk, appiccicose come la marmellata sulla fetta imburrata che cade sul pavimento dalla parte sbagliata (fottuto Murphy!). E questo, come capirete da soli, è un cazzo di buon segno. (8)

The Wheel, la cassettina | #cassettine #loudnotes

Ed ecco una nuova cassettina di musica fresca fresca per palati d’amianto. Meno ruvida dell’EP Rasoio, per carità, ma sempre col motore su di giri.

Banalmente, s’intitola The Wheel perché c’erano ben tre canzoni con questa parola nel titolo.

Si parte con due pezzoni (Beyond the Wheel e Flower) tratti dal disco dell’anno: la riedizione su Sub Pop di Ultramega OK, l’LP d’esordio dei Soundgarden uscito in origine nel 1988 per la SST, rivestito per l’occasione dei panni più caldi, spessi e ruvidi del nuovo mix di sua maestà “Il Grunge”, Jack Endino (a correggere il vecchio mix che aveva un po’ scolorito e inibito la potenza delle canzoni). Sì va be’, non è proprio musica nuova, ma al cuor non si comanda e comunque ecco, ascoltatelo e ditemi se non vi sembra nuovo.

Per il resto, The Wheel contiene solo musica uscita per la prima volta quest’anno, ovvero: il singolo apripista di Why Love Now, quinto scostumato e corrosivo album dei Pissed Jeans, prodotto da Lydia Lunch (per chi non avesse ancora carpito il sarcasmo dei Nostri e si stesse chiedendo cosa diavolo c’entra Lunch con questi quattro cazzoni, consiglio questo articolo); Stick in the Wheel, secondo pezzo tratto dall’incazzatissimo noise album degli GNOD, in uscita a fine mese su Rocket Recordings; Ground Control, il gradito ritorno, dopo ben diciassette anni, dei Boss Hog di Cristina Martinez e Jon Spencer. Poco più giù c’è Leaning on a Wheel, un bellissimo pezzo tratto da A Hairshirt of Purpose, sesto album dei Pile (il segreto meglio custodito dell’indie rock di estrazione post-hardcore), in uscita pure lui a fine mese, ma su Exploding In Sound; a chiudere la zona well-known o quasi c’è Dr. Feelgood Falls Off the Ocean, l’ennesimo singolo grezzo e appiccicoso che apre l’ennesimo album (August By Cake, un disco doppio contenente ben 32 pezzi…) dei Guided By Voices, il centesimo disco sul quale ha messo le mani sir Robert Pollard.

Chiudono la cassetttina due perfetti sconosciuti (almeno per il sottoscritto): i Mountain Movers, che mi si presentano con Angels Don’t Worry, una deliziosa jam pop psichedelica dal retrogusto noise. Il loro (quarto?) album omonimo uscirà il 5 maggio per i tipi della Trouble In Mind. E infine quella che a me è sembrata LA vera chicca: loro sono i Dead Sea Apes e questa Tentacles (The Machine Rolls On) è una strana creatura dub psichedelica che mette l’acquolina in bocca. Sixth Side of the Pentagon, loro ottava fatica (!), uscirà il 3 aprile per Cardinal Fuzz.

E qui la chiudo io. Buon ascolto.

Avec le soleil sortant de sa bouche – Pas pire pop [I Love You So Much] (Constellation, 2017)

6308264A volte, mentre sono lì a farmi devastare le palle dall’ennesimo disco revival di qualcosa, mi piglia una voglia irresistibile di musica nuova e (a me) sconosciuta e allora mi metto a spulciare siti e sitarelli alla ricerca di… qualcosa, che poi il più delle volte manco io so veramente cosa. È più o meno così che sono finito a mettere le mani su una band che si chiama come un disco di Serge Gainsbourg.

Gli Avec le soleil sortant de sa bouche vengono da Montréal e con Gainsbourg, per la verità, hanno davvero poco a che spartire (la lingua madre, a occhio). Quello che esce dai solchi di Pas pire pop [I ❤ So Much] (e che sta accompagnando le mie immersioni nel lavoro da quasi due mesi) è, invece, un densissimo, funkissimo post-rock di inclinazioni psichedelico-germaniche, spruzzato di elettronica minimale e ritmi che mettono fuoco al culo.

Una notevole opera di costruzione e decostruzione della psiche basata sul ritmo, per l’appunto, che fa battere i piedi e muovere le chiappe con irresistibili movenze funk tribali, ipnotizza con circolari riff di chitarra scampanellanti e sinuose linee di basso, distende con sulfuree divagazioni post-rock psichedeliche screziate da synth spumeggianti, e scatena la violenza con inaspettati attacchi post-hardcore/screamo/noise.

Lontanissimi echi di Fugazi, Can, Kraftwerk, Sonic Youth, The Ex e qualche funk band che non saprei nominare, svolazzano qua e là tra i pezzi (tre lunghissime tracce articolate in dieci canzoni distinte) donando all’ascolto un che di familiare e amico, ma non scivolando mai nel puro e semplice “già sentito”. Oserei persino dire che questo disco è la cosa più fottutamente originale che mi sia capitato di ascoltare da un bel po’ di tempo a questa parte.

Quella copertina, poi, non so bene per quale assurda connessione sinaptica (il giallo-nero che riporta la mente a Velvet Underground & Nico?), sembra quasi perfetta, la giusta rappresentazione di un disco psichedelico e – boh – cilindrico e una delle migliori viste quest’anno sin qui.

Quand’è così mi sa che ti sei innamorato, no?

(8)

ps: Pas pire pop [I ❤ So Much] è uscito per Constellation Records e lo trovate qui.

Ulrika Spacek – “Mimi Pretend”

16806974_897151220424925_7707853176733770297_nPost rapido, per condividere un bel pezzo e comunicarvi la seguente notiziola: gli Ulrika Spacek sono prossimi alla pubblicazione del secondo album, che s’intitolerà Modern English Decoration e uscirà il prossimo 2 giugno per i tipi di Tough Love e quelli di Associated Electronic (che potrebbero anche esser loro stessi, per quanto ne so).

Dicono i meglio informati che il disco è totalmente autoprodotto e letteralmente fatto in casa, essendo stato registrato nelle diverse stanze (soprattutto in sala, ovvio) della casa che il duo berlinese condivide in quel di Londra.

Mimi Pretend, qua sotto, è il primo estratto che ci è dato di ascoltare, ed è un bel pezzo da luci soffuse, fumo denso e dolce distensione, a gambe incrociate sul tappeto di velluto in compagnia di Maria Catena. Un noise pop da ipnosi, insomma, delicatamente rumorista e ben arrangiato, sicuramente piacevole.

Dal Tempio del Rumore è tutto, passo e chiudo.

ps: QUI è quando godevo di brutto ipnotizzandomi con il loro esordio, The Album Paranoia

The Lucid Dream – Compulsion Songs (Holy Are You, 2016)

coverIn zona recupero dei dischi usciti l’anno scorso e colpevolmente snobbati, Compulsion Songs merita senz’altro un posto di rilievo. Ad averlo ascoltato prima, sarebbe pure finito nelle zone alte del listone, ma tant’è.

Per farmi perdonare la distrazione, ordunque, mi trovo costretto a dedicargli questi miei due pounds.

Tutto quel che so dei Lucid Dream è che vengono da Albione, da Carlisle (Cumbria) per l’esattezza. Che poi è lo stesso posto a me orribilmente sconosciuto che ha partorito i Kontiki Suite, per dire, e qui mi viene da pensare che su quella città tiri un vento particolare, ultimamente.

Quale che sia l’aria che tira e i traffici che occorrono a Carlisle, la psichedelia, quella più calda e solare (!), sembra farla da padrona e chissà che prima o poi questa scenetta non caghi il capolavoro.

I Lucid Dream ci sono andati vicino. Poco così.

Se l’apparenza dice grigio, la sostanza urla colore. E suggerisce piedi che pestano la dancehall fino a farla sanguinare. Compulsion Songs è una danza colorata e ipnotica, incredibilmente catartica: un meraviglioso blend di kraut rock, space rock, dub, noise, shoegaze e garage punk, ripulito delle parti più dure e poco digeribili da una buona vena melodica pop che ricorda gli Stone Roses, e finanche i New Order.

Ad aprire le danze – è proprio il caso di dirlo in questo caso – il meraviglioso kraut rock ballabile e spaziale di Bad Texan (qua sotto), cui segue un geniale folk-psych dalle forti tinte wave (Stormy Waters) che viaggia a ritmi da anfetamine. 21st Century, invece, riporta alla mente certe cose sfregiate di noise-punk dei conterranei Hookworms.

Ma il vero piatto forte del disco sta nelle due gemme I’m A Star in My Own Right e Epitaph. La prima è un curioso quanto eccitante incontro tra il roots dub scuola King Tubby (altezza Meets The Rockers Uptown) e certo space rock direzione shoegaze: una cosa di una bellezza assoluta. La seconda è una lunga cavalcata di undici minuti che si erge a pennellate di colore su un irresistibile beat dance motorik screziato di noise. Verso la metà del guado le chitarre si aggrovigliano, trascinando il pezzo in un vortice di rumore; poi, quando tutto sembra ormai perso in una vischiosa melma di distorsioni e voci che attraversano la galassia, la batteria riporta tutto sulla terra spingendo la velocità del metronomo oltre il consentito e innescando un’esplosione di schietta rabbia punk, che presto rifluisce nel motivo ballabile che aveva aperto il pezzo. Epica.

La produzione è eccellente e contribuisce non poco a fare di Compulsion Songs una delle cose migliori (in assoluto) ascoltate ultimamente. (8,5) più che meritato.

Rasoio EP, la (mini)cassettina | #cassettine #loudnotes

Rasoio EP è un po’ quello che ti aspetteresti, con quel titolo: una rasoiata in faccia. Una cosa senza mezze misure, sboccata e urticante, che ha il sapore un po’ perverso e ansiogeno del buon rock’n’roll.

Dentro, cinque pezzacci freschi freschi appena usciti. Ve li presenterei, ma prima viene Lei, la (mini)cassettina. Play it loud!

Necessary Call è un estratto dal nuovo fiammante album dei POW!, Crack an Egg, terza uscita consecutiva per i tipi di Castle Face. C’è dentro il tipico suono dei Nostri, il solido e contagioso synth-punk che ce li ha fatti amare e ballare e cantare mentre ascoltavamo quel mezzo capolavoro che era Fight Fire. Provateci voi a liberarvi di questi pezzi appiccicosissimi.

God of Nicaragua segna il rapido ritorno dei Feral Ohms, che giusto qualche mese fa avevano esordito con un live spaccaossa (Live in San Francisco, finito nella classifica dei migliori live album del 2016 di questo blog). È il primo singolo estratto dal loro primo omonimo album in studio, in uscita il 24 marzo per Silver Current, ed è una fiammata di hi-energy rock’n’roll sparata in faccia con furia e precisione.

Gli Uniform sono la band di Ben Greenberg (ex The Men) e Michael Berdan (Drunkdriver), e fanno un industrial metal trapuntato di hardcore e noise che mette i brividi. Un po’ sulla scia dei compagni d’etichetta (Sacred Bones) Pop. 1280, ma più rumorosi e cattivi, meno synth e più riff trash-noise, meno esperimenti e più attacchi frontali. Killing of America (tratta dal disco d’esordio: Wake in Fright) è brutale e fa indietreggiare di qualche passo.

Riddle of Steel è il lato B del singolo Ripping Death b/w Riddle Of Steel e contiene i ZIg Zags che più ci piacciono, la loro miscela sempre esplosiva e ora anche un pelino evocativa di punk e metal. È musica da battaglia, da pogo folle e disperato, da pugni al cielo. Il singolino esce il 24 febbraio per Famous Class.

Andy Human è vecchia conoscenza dell’ambiente garage punk (io lo ricordo volentieri nei Time Flys) e i Reptoids sono solo l’ultima delle sue creature mordi e fuggi. In questo fantastico sette pollici (Pee-Pee EP), il secondo se non erro per Goodbye Boozy, i Nostri fanno sfoggio del miglior garage punk sulla piazza: un punk un po’ sguaiato e sbrindellato, ma ballabile, con una lercia e immarcescibile anima rock’n’roll (ramonesiana).

La gelida cassettina della domenica pomeriggio | #cassettine #loudnotes

È bastata qualche domenica pomeriggio di gennaio di quelle gelide e grigie, tutta divano, decompressione e rock’n’roll, per tornare a compilare le fantastiche cassettine da mettere sul blog. La cassettina in questione, che poi cassettina non è più essendo stata degradata al rango di misera playlist iutubica (Everyone’s Myxtape è ancora online ma tace), contiene i pezzi che più mi hanno scaldato, emozionato e divertito tra quelli usciti in questi primi scampoli di 2017.

C’è un po di punk (una spruzzatina di settantasette e due pizzichi di post), un po’ di psichedelia in diverse salse, noise rock, garare rock e persino un po’ di folk. E qualche scintilla di fiera attitudine “combat” (che nel caso degli Gnod è quasi incendio).

Una bella colonna sonora per questo presente infame bastardo.

Buon ascolto e buona domenica pomeriggio.

Tracklist:

  1. Cyanide Pills – Stop and Search
  2. Ty Segall – Break a Guitar
  3. Gnod – Bodies for Money
  4. Cristal Fairy – Cristal Fairy
  5. The Underground Youth – Amerika
  6. Moon Duo – Cold Fear
  7. Angel Olsen – Fly on Your Wall
  8. Wire – Short Elevated Period
  9. Chavez – The Bully Boys
  10. Meat Wave – The Incessant
  11. The Black Angels – Currency
  12. All Them Witches – Alabaster
  13. Mark Lanegand Band – Nocturne
  14. Julie’s Haircut – Salting Traces
  15. Bill Fay – Shame

The Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros., 2017)

coverPrimo ascolto: ma vaffanculo Wayne, tu e le tue bislacche sparate freak del cazzo!

Secondo ascolto: Oczy Mlody è un album cremoso, e non ho ancora capito se è una cosa buona oppure no…

Terzo ascolto: si son fatti le seghe a circoletto manipolando suoni a caso, però dài, sotto sotto, ripulendolo di inutili orpelli di produzione e suoni elettronici messi lì a cazzo di cane, qualche pezzo buono lo si trova. Vediamo un po’… How??, There Should Be Unicorns, Sunrise (Eyes of the Young) e The Castle mi pare, giusto? Piccole gemme di psichedelia pop dalla melodia irresistibile.

Quarto ascolto: sì certo, però non è che un disco possa reggersi solo su qualche melodia, per quanto irresistibile. ‘Sto disco qua, alla fin fine, è poco più che un oceano di bozze-di-canzoni-pop, o abbozzi-di-idee-per-canzoni-pop nel peggiore e più diffuso dei casi…

Quinto ascolto: vaffanculo Wayne, di cuore.

Il quinto ascolto, in realtà, non s’è mai concluso; ogni volta che la playlist del 2017 scende in “zona Flaming Lips” una voce da dentro mi urla «stoppa tutto e metti qualcos’altro Leo, presto!».

Un voto? 5, di incoraggiamento. Son giovani… LMV!