King Khan feat. Ian Svenonius – Hurtin’ Class 7″ (Khannibalism, 2015)

Altro post mordi e fuggi, giusto per dedicare qualche ascolto e due parole al nuovo sette pollici del Re Khan, Hurtin’ Class, che uscirà ufficialmente il prossimo 26 ottobre sulla sua nuovissima label, Khannibalism. Si tratta di un singolino un po’ particolare e piuttosto importante, che contiene il solo pezzo omonimo (in due versioni, una con voci e una strumentale) scritto da Sua Maestà per la colonna sonora del film “The Invaders” e cantato in coppia con Ian Svenonius (il resto lo fa il Re e alla batteria accompagna Max Weissenfeldt).

Un pezzo che sa di dub, psichedelia, funk, soul e rock’n’roll. Non un pezzo classico del catalogo del Re, ma neanche un pesce fuor d’acqua. Un pezzone, senza dubbio alcuno.

Piuttosto importante, dicevo, ma perché? Ecco:

  1. “The Invaders” è un film-documentario diretto da Prichard Thomas Smith che ripercorre la storia dell’omonimo black power group di Memphis, sul quale non mi soffermo per ovvie ragioni ma del quale potete trovare notizie qui, qui e qui.
  2. Ian Svenonius è Ian Svenonius e basta, frontman di band seminali quali Nation of Ulysses e The Make-Up e di altre meno influenti ma comunque decisamente piacevoli quali Weird War e Chain & The Gang. Max Weissenfeldt è stato batterista, vibrafonista e pianista per una lunga serie di band, tra le quali occorre nominare gli Heliocentrics.
  3. Il sette pollici è stato mixato e masterizzato al mixer appartenuto a un certo King Tubby (altro Re, questa volta del dub) da Nene Baratto, bassista dei nostri Movie Star Junkies e affermato produttore discografico.

Credo che basti, no?.

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Stranded – Il trailer

Video

Altro post veloce per condividere un altro trailer scovato su internet proprio questa mattina. Sto parlando di Stranded, documentario dedicato ai Saints e alla scena punk di Brisbane della metà/fine degli anni ’70, prodotto da Veronica Fury, Murray Power e WildBear Entertainment.
Il documentario è stato già trasmesso per intero ieri sera sulla ABC e ci auguriamo di vederlo presto su DVD.

I Saints non sono una delle tante band che ha affollato il panorama punk globale sul finire degli anni ’70, ma piuttosto una delle più grandi e una delle prime in assoluto, tanto sul suolo australiano che sull’intero globo terracqueo: basti pensare che il gruppo nacque e imperversò a Brisbane fin dal 1973 e che il suo primo vagito discografico, il singolo (I’m) Stranded/No Time (Fatal/Power Exchange, 1976), seguì di appena cinque mesi il primo album dei Ramones e anticipò anche se di poco i vagiti di tutte le più importanti band inglesi. Discorso simile va fatto per il bellissimo primo album, (I’m) Stranded, uno dei più grandi documenti musicali del punkissimo 1977, che seguì di appena tre giorni l’uscita dello storico primo LP del punk inglese, Damned Damned Damned dei Damned.

Il mio piccolo tributo ai Ruts

RutsThe Peel Sessions Album dei Ruts (Strange Fruit, 1990) figura nel recente minestrone degli ascolti primavera-estate, e figurerebbe senza dubbio nella lista dei dischi che più ho ascoltato quest’anno, se solo ne avessi stilata una. Il loro unico album, The Crack (Virgin, 1979), ha trovato posto nella bacheca pinterest dei miei album preferiti di sempre.
E persino i Ruts stessi potrebbero finire in un’altrettanto ipotetica lista: quella dei compagni più fedeli. Così testardamente fedeli, i compagni, che proprio a loro ho finito per ispirarmi quando ho deciso di far ripartire Loud Notes, rinominandolo per l’appunto Loud Notes D.C. (dopo la morte per overdose del cantante Malcom Owen, avvenuta il 14 luglio 1980, i restanti tre membri della band – Paul Fox, Dave Ruffy e John Jennings – decisero di continuare a suonare, ma cambiando nome in Ruts D.C.; D.C. sta per “da capo”).

Capirete dunque la necessità intrinseca di questo post, e perdonerete di certo il mio essere schifosamente coinvolto in questa storia; e avrete infine, mi auguro, la buona grazia di cliccare su questo link e andarvi a leggere l’articolo di John Robb, “Remembering Malcolm Owen: The Ruts 30 Years On”. Così, per iniziare ad approfondire, you know?

rutsimagesmall2400Ma perché, ordunque, ‘sta fissa esagerata per i Ruts? Per un fottio di motivi my dears: perché sono stati molto probabilmente la miglior band della seconda ondata punk del Regno Unito (quella, per dire, di gente come Stiff Little Fingers, UK Subs, Crass, Sham 69, Angelic Upstarts, Newtown Neurotics) e il loro The Crack fa rima con imprescindibile, per non parlare poi dei singoli; perché sono stati capaci di mischiare in modo credibile punk e reggae, riuscendo a cogliere la portata rivoluzionaria di quella fratellanza controculturale, e perché l’unica altra band del “movimento” che è stata capace di farlo (e in questo caso di farlo per primi) sono stati i Clash, e i Clash, anche per questo, sono dio; perché erano realisti, rabbiosi, militanti, musicalmente dotati e originali, i migliori, ed è un peccato che Owen se ne sia andato così presto; perché i Fugazi ci hanno studiato su, e i Fugazi sono dio;punk_the-worst perché Something That I Said è stata (per puro caso) una delle prime canzoni punk a penetrare i miei pressoché vergini condotti uditivi, quando avevo appena quindici anni: stava ficcata in un’assurda compilation con copertina verde (Punk: The Worst of Total Anarchy, Disky 1995), font pistolsiano, lamette in bella vista, spilla da balia in dotazione e tracklist improponibile che avevo acquistato speranzoso sulla rivista di mailorder Top Ten; perché l’ho amata da subito quella cazzo di canzone, m’è entrata dentro, e quando poi ho acquistato il primo volume della compilation (il giallo; quello verde era il secondo, ma non stava scritto da nessuna parte; il terzo, blu, non l’ho mai acquistato) e c’ho trovato dentro Babylon’s Burning beh, è stato grande.

E quindi, per tutto ciò, era giusto e necessario che io pagassi il mio piccolo tributo ai Ruts. Ed è pure necessario che mi fermi qui, lasciandovi con la bella “cassettina” d’ordinanza.

La collezione primavera-estate di Loud Notes – seconda parte

E con questa chiudo la serie di note (chiamarle recensioni mi pare eccessivo) sugli ascolti della lunga stagione calda, quella stagione che quest’anno ci ha rifilato – o mio dio – un bel po’ di caldo mediterraneo e – (spazio da completare a piacere) – lo spettacolo indecente di un’europa (europa in questo caso vuole la minuscola) chiusa a fortezza contro l’umanità che scappa dalle sue guerre (o dalle crisi che non sa gestire), impegnata a costruire muri, sostenere dittatorucoli da due soldi o a fiaccare governi timidamente riformisti. Un’europa alla quale posso solo augurare la disintegrazione (e a noi di contribuire a farne macerie), e dedicarle il pezzo dei Mutants che trovate linkato qualche riga più giù.

(invettiva chiusa, vai con la musica)

(la prima parte della collezione la trovate qui)

Miles Davis – Sorcerer (Columbia, 1967; Mobile Fidelity, 2015): un grande album che scopro solo ora (proprio ora, mentre scrivo) grazie alla recente ristampa della Mobile Fidelity Sound Lab. Un disco sfumato, rilassato e celebrale, compagno ideale delle insonnie più pervicaci. La title-track, composta da Herbie Hancock, è un capolavoro.

Movie Star Junkies – Your Pretty Fangs EP (Wild Honey, 2015): di sole tre tracce (di cui una cover, la bellissima Plain Gold Ring di Nina Simone, e una nuova versione di un vecchio pezzo, Baltimore) è composto il nuovo dei MSJ, ma tante bastano a far vibrare casse e cuore e a far digrignare i denti. Qui l’inedito, un feroce attacco blues-punk da manuale. Il prodotto è una figata e si acquista qui.

The Mutants – New Dark Ages 7″ (415 Records, 1980): i Mutants sono una banda art-punk di Frisco attiva tra il 1977 e il 1986, usciti fuori dal “vivaio” del San Francisco Art Institute (la stessa scuola d’arte che cacò gli Avengers, per dire). Animali da palco più che da studio, il settetto ha inciso una manciata di singoli e un album (Fun Terminal, 1982), e questo 7 pollici è senz’altro il loro miglior lascito. We’re living/in the new dark ages!

Thee Oh Sees – Mutilator Defeated At Last (Castle Face, 2015): il ritorno degli Oh Sees dopo il finto scioglimento e il medio(cre) Drop  (2014) è un grandissimo disco, probabilmente uno dei migliori della band di John Dwyer: un riuscitissimo minestrone di sperimentalismi, psichedelia tripposissima, weird garage e riffoni pesanti.

The Old Firm Casuals – This Means War (Oi! the Boat, 2014): un’altra band punk-Oi!-hardcore guidata da Lars Fredericksen (Rancid), e ho già detto quasi tutto. Aggiungerei solo che non sono affatto male (fors’anche meglio dei Bastards e senz’altro meglio degli ultimi Rancid) e stop, perché mi pesano le parole a straparlare di Oi!. Vi lascio con questa.

Peawees – 20 Years and You Still Don’t Know Me (Wild Honey, 2015): se ancora non li conoscete sappiate che vi siete persi una parte importante della storia recente del rock’n’roll e del punk italico. Poi fate vobis, ma io un’ascoltatina gliela darei.

Poet and The Roots – Dread Beat and Blood (Front Line, 1978): la prima escrezione artistica del pioniere della dub-poetry, il poeta marxista Linton Kwesi Johnson. Qua dentro c’è già tutto – già adulto, incazzato e in forma smagliante – quello che verrà perfezionato in album storici come Forces of Victory (1979) e Bass Culture (1980).

The Pretty Things – S.F. Sorrow (Columbia, 1968): il disco maturo dei Pretty Things, un capolavoro psichedelico che si merita di ascendere all’olimpo delle opere rock insieme a Tommy degli Who e ad Arthur dei Kinks. Tanti i pezzi memorabili, troppi. Vi linko Old Man Going, traccia dal tiro heavy-psych sulla quale hanno studiato in tanti.

Radioactivity – Silent Kill (Dirtnap, 2105): datemi un disco come Silent Kill ogni volta che devo rappacificarmi col mondo. Riff, melodie e vaffanculo.

Rancid – …And Out Come The Wolves (Epitaph, 1995): questo cazzodicapolavoro ha compiuto vent’anni lo scorso 22 agosto e tanto è bastato, al sottoscritto, per decidere di infilarlo nello stereo della macchina e mandarlo a manetta come fosse il cazzo di 1995; come se stessi sfrecciando sull’autostrada che mi riporta a Olympia.

Refused – Freedom (Epitaph, 2015): suona peggio dell’ultimo disco dei Therapy?. È gravissimo!

The Ruts – The Peel Sessions Album (Strange Fruit, 1990): contiene le Peel Sessions registrate tra il gennaio 1979 e il febbraio 1980, alcune delle quali erano già finite su un EP pubblicato dalla stessa etichetta nel 1986. Tutto postumo, dunque, pubblicato a cose (stra)fatte, con Malcom Owen nella tomba da un bel po’ (l’eroina se lo trascinò via il 14 luglio 1980) e pure i Ruts D.C. (un’altra storia) già passati sotto i ponti. E quindi ‘sta cosa è una specie di best of. E pure una dimostrazione delle potenza “live” della band; e dell’acume visionario di John Peel. E quindi è necessaria.

The Stones – Three Blind Mice (Flying Nun, 2015): gruppo post-punk neozelandese formatosi e bruciatosi nell’arco di due anni, tra il 1982 e il 1983, durante i quali fece in tempo a incidere appena dieci pezzi: quattro finirono nell’influente EP compilation Dunedin Double (1982) cinque nell’EP Another Disc Another Dollar (1983) e uno – live – sulla compilation The Last Rumba (1983; tutto rigorosamente su Flying Nun). Erano autori di un post-punk scazzato ma solare, ruvido, teatrale e profondamente pop (in bassa fedeltà). Questa fantastica retrospettiva raccoglie tutto l’inciso più qualche traccia live. Consigliatissima.

Vibravoid – Void Vibration (Nasoni, 2001): uno dei pezzi migliori dello sconfinato catalogo Vibravoid, maestri indiscussi del rock psichedelico/spaziale tedesco e europeo degli anni zero, gente che può persino vantare un album con Sky Saxon in CV (A Poetry of Love, 2010). Cominciate da qui.

Wand – Golem (In The Red, 2015): gli amichetti del Ty hanno tirato su i volumi, appesantito (ulteriormente) i riff e portato alle stelle il PH; mettici che son pure cresciuti in quanto a scrittura e arrangiamenti e ti ritrovi un secondo lavoro (ne sta arrivando un terzo, s’intitola 1000 Days e uscirà il 25 settembre su Drag City) energico bellicoso e incredibilmente scivoloso, che lo metti e sbam, ciao ciao.

White Hills – Walks for Motorists (Thrill Jockey, 2015): il duo delle meraviglie motorik-space sterza pesantemente a destra, imbarca oscurità, immediatezza e groove e abbandona (un pochino eh, non esageriamo) l’attitudine da jam band. E ne esce Walks for Motorists, una roba che suona pure un sacco Vibravoid (vedi sopra), a voler essere onesti. C’ho messo un po’ per capire se erano meglio prima o adesso, perché l’immediatezza e il groove colpiscono e ci entri subito in sintonia; poi però alla lunga stancano. Non boccio, ma torno ad ascoltarmi So You Are…So You’ll Be (2013).

Wire – Wire (Pinkflag, 2015): l’ultimo degli Wire è un classico album degli Wire. E infatti s’intitola Wire. Epperò non gli manca niente perché agli Wire non manca davvero niente, son capaci di attorcigliarsi attorno al loro minimalismo o sfornare un classicone noise-pop senza batter ciglio.

Slip Inside This House – Il trailer

Video

Post veloce, per condividere il trailer di Slip Inside This House, il documentario di George Ripley e Priscilla Lee sulla vita e la musica di Tommy Hall dei 13th Floor Elevators, che dovrebbe essere completo per dicembre (e in uscita chissà quando).

È anche in corso una campagna di crowdfunding su kickstarter per finanziare i lavori di post-produzione ed editing del documentario, alla quale vi invito caldamente a partecipare.

Qui la pagina facebook ufficiale di Slip Inside This House.