Il mio piccolo tributo ai Ruts

RutsThe Peel Sessions Album dei Ruts (Strange Fruit, 1990) figura nel recente minestrone degli ascolti primavera-estate, e figurerebbe senza dubbio nella lista dei dischi che più ho ascoltato quest’anno, se solo ne avessi stilata una. Il loro unico album, The Crack (Virgin, 1979), ha trovato posto nella bacheca pinterest dei miei album preferiti di sempre.
E persino i Ruts stessi potrebbero finire in un’altrettanto ipotetica lista: quella dei compagni più fedeli. Così testardamente fedeli, i compagni, che proprio a loro ho finito per ispirarmi quando ho deciso di far ripartire Loud Notes, rinominandolo per l’appunto Loud Notes D.C. (dopo la morte per overdose del cantante Malcom Owen, avvenuta il 14 luglio 1980, i restanti tre membri della band – Paul Fox, Dave Ruffy e John Jennings – decisero di continuare a suonare, ma cambiando nome in Ruts D.C.; D.C. sta per “da capo”).

Capirete dunque la necessità intrinseca di questo post, e perdonerete di certo il mio essere schifosamente coinvolto in questa storia; e avrete infine, mi auguro, la buona grazia di cliccare su questo link e andarvi a leggere l’articolo di John Robb, “Remembering Malcolm Owen: The Ruts 30 Years On”. Così, per iniziare ad approfondire, you know?

rutsimagesmall2400Ma perché, ordunque, ‘sta fissa esagerata per i Ruts? Per un fottio di motivi my dears: perché sono stati molto probabilmente la miglior band della seconda ondata punk del Regno Unito (quella, per dire, di gente come Stiff Little Fingers, UK Subs, Crass, Sham 69, Angelic Upstarts, Newtown Neurotics) e il loro The Crack fa rima con imprescindibile, per non parlare poi dei singoli; perché sono stati capaci di mischiare in modo credibile punk e reggae, riuscendo a cogliere la portata rivoluzionaria di quella fratellanza controculturale, e perché l’unica altra band del “movimento” che è stata capace di farlo (e in questo caso di farlo per primi) sono stati i Clash, e i Clash, anche per questo, sono dio; perché erano realisti, rabbiosi, militanti, musicalmente dotati e originali, i migliori, ed è un peccato che Owen se ne sia andato così presto; perché i Fugazi ci hanno studiato su, e i Fugazi sono dio;punk_the-worst perché Something That I Said è stata (per puro caso) una delle prime canzoni punk a penetrare i miei pressoché vergini condotti uditivi, quando avevo appena quindici anni: stava ficcata in un’assurda compilation con copertina verde (Punk: The Worst of Total Anarchy, Disky 1995), font pistolsiano, lamette in bella vista, spilla da balia in dotazione e tracklist improponibile che avevo acquistato speranzoso sulla rivista di mailorder Top Ten; perché l’ho amata da subito quella cazzo di canzone, m’è entrata dentro, e quando poi ho acquistato il primo volume della compilation (il giallo; quello verde era il secondo, ma non stava scritto da nessuna parte; il terzo, blu, non l’ho mai acquistato) e c’ho trovato dentro Babylon’s Burning beh, è stato grande.

E quindi, per tutto ciò, era giusto e necessario che io pagassi il mio piccolo tributo ai Ruts. Ed è pure necessario che mi fermi qui, lasciandovi con la bella “cassettina” d’ordinanza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...