Falling Stacks – No Wives (Battle Worldwide, 2015)

BATTLE023_750x750Quando ti vengono in mente nomi quali Fugazi, The Ex, Minutemen, NoMeansNo, The Fall, Shellac, Wire, Unwound e quello che esce dalle casse sta picchiando così duro che ti costringe a sfanculare i suddetti nomi e a concentrarti sull’ascolto, allora significa che qualcosa è andato maledettamente bene. E quel qualcosa, nella fattispecie, è No Wives, esordio lungo di un misconosciuto trio di Bristol che risponde al nome di Falling Stacks (dei quali non so niente a parte questo). Un disco che ha la consistenza e l’insolenza di una legnata secca e ben assestata.

Irrequieto e manesco, intelligente e rabbioso, rumoroso e cervellotico, grezzo in produzione e preciso nell’esecuzione (live, è evidente), No Wives è il tipico disco che vale un’intera carriera di uno qualsiasi di quegli stramaledetti gruppi post-punk e indie rock che hanno infestato l’aere in questi ultimi quindici anni (nominateli voi che non ne ho voglia).

Un disco fieramente indipendente e poco incline ai compromessi, ruvido come carta abrasiva e scuro come una notte senza luna, pericoloso e sinceramente impresentabile (e perciò grande, immenso) in epoca di indie rock pulito carino e orecchiabile e buono a un cazzo.

Dal punto di vista strettamente musicale l’esordio del trio è un tripudio di tempi dispari e ritmiche sghembe (Silverware), linee di basso robuste e sinuose (No Stops, Los Ticos, la stessa Silverware), chitarre glaciali, imprevedibili e taglienti; una folle collezione di attacchi e ritirate, sfuriate cariche di rumore e momenti di sospensione/distensione (Double Skull su tutte), danze schizoidi e bastonate (post)hardcore (Pool Party, Dust Motes). Il cantante urla come un indemoniato dal fondo di una cantina, riuscendo appena ad emergere dal clangore degli strumenti eppur lasciando il proprio segno evidente nelle orecchie dell’ascoltatore.

No Wives non è un disco facile, ma è di quelli che merita ripetuti et infiniti ascolti e che li vale tutti. Per me, senza alcun dubbio, è il disco dell’anno (9).

qui sotto in streaming intregrale (e potete acquistarlo qui):

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