Il meglio del 2015 – live album

Adoro i live album.

Non di rado, quando me ne capita tra le mani uno davvero buono, mi capita di pensare a quell’album come alla cosa migliore fatta da quell’artista (l’ultimo in ordine cronologico: il Live In Ravenna dei Moon Duo. Che, per l’appunto, è il miglior album dei Moon Duo). Anche quando non arrivo a questi voli pindarici da critica arrampante, tengo sempre in gran considerazione un bell’album dal vivo.

Sarà che ho sempre prediletto l’energia e l’urgenza rispetto alle composizioni a tavolino e alle produzioni pompose, quelle che strafanno. Sarà anche, senz’altro, colpa del Made In Japan dei Deep Purple (ricordo ancora la delusione – avrò avuto dodici-tredici anni – quando, dopo averlo consumato per settimane, rivolsi la mia attenzione a Machine Head), primo fra tutti, e poi di It’s Alive dei fratellini Ramones, dell’Unplugged In New York dei Nirvana, del Live At Leeds degli Who e di Rust Never Sleeps dello Zio Neil. E di chissà quali altri che ora non se la sentono proprio di uscire da quel cazzo di cassettino della memoria. Sarà perché se non sente il sangue, l’adrenalina e il sudore (che schifo!), il pupo non è contento. Sarà quel che volete, ma questi sono i fatti.

E insieme a questi fatti ce ne sono pure altri, che giustificano ‘sta minchia di playlist. Tipo che c’è stato un periodo, tra la fine degli anni ’90 e la fine degli anni ’10, in cui sembrava (sembrava solo a me?) che di registrare e pubblicare un live album come si deve non fregasse più niente a nessuno. E ora quel periodo pare bello e finito: merito, senz’altro, anche di etichette come la Third Man Records e la Castle Face Records, che hanno lanciato delle vere e proprie collane di album dal vivo (Live at Third Man Records e Live in San Francisco rispettivamente). Merito, forse, anche di quelle band – come gli Swans ad esempio – che non ne sbagliano uno neanche sotto minaccia armata. Merito di chi volete, ma questi sono i fatti, e a me fanno venire voglia di ascoltare qualche bel live (oggi metto su Live Santa Monica ’72, capirete). E di dedicar loro un po’ di spazio, magari una playlist per l’appunto. Vamos!

2eachdifferent_copy_grandeThe Swans – The Gate (Young God): loro lo fanno per autofinanziarsi le lunghissime e costosissime registrazioni dei mastodontici album in studio, voi lo fate perché sono gli Swans, e lo sapete che quando si parla di album dal vivo loro sono i maestri dell’oggi, ed è come fare un investimento senza correre rischi. Stavolta i Cigni si sono persino superati, dando vita a quello che potrei dichiarare, con certezza pressoché assoluta, essere il loro miglior album live (se la gioca con Swans Are Dead, del 1998). Ci trovate dentro gli Swans di To Be Kind (2014) e quelli che devono ancora venire (e che dovrebbero arrivare quest’anno) in forma davvero smagliante: sicuri, matematici e violenti nel loro lungo e inesorabile processo di costruzione e stratificazione del rumore. Le declamazioni del Reverendo Gira sono al massimo del loro potere evocativo e la minaccia è sempre incombente. C’è pure spazio per alcuni misteriosi demo, in chiusura, con Gira in compagnia della chitarra a farci le carezzine dopo un paio d’ore di maestoso, furente e pericoloso attacco sonico. Grandissimi!

against-me-23Against Me! – 23 Live Sex Acts (Total Treble): in termini di energia live gli Against Me! non hanno da invidiare niente a nessuno: parecchio del merito va a una Laura Jane Grace che sembra avere il fuoco dentro, e che dovremmo inserire al più presto nel fottuto elenco delle migliori performer di sempre (nel giro punk-hardcore, oggi, mi pare non abbia rivali degni di nota); l’altra parte, comunque consistente, va a una band che sembra rodata al punto giusto, a quel punto che puoi fare solo le scintille e dar fiato alle fiamme. Il live set di 23 Live Sex Acts si compone di 23 canzoni pescate qua e là in una discografia ormai quasi ventennale e quasi mai sbagliata, ma soprattutto nell’ultimo (davvero bello) Transgender Dysphoria Blues. Si poga che è un piacere, signori miei, c’è da farsi del male.

coverBenjamin Booker – Live at Third Man Records (Third Man): il suo esordio omonimo del 2014 è stato in heavy rotation sulle frequenze di Loud Notes il tempo che è bastato a consumarlo di ascolti e mandarlo a memoria. Neanche un anno e il vecchio Jack White, che evidentemente avrà ascoltato quell’album quante e più volte del sottoscritto, decide di ospitarlo alla Third Man per fargli riscaldare l’ambiente e registrare un bel live. Che ci dà modo di testare l’energia e la potenza viva dei pezzi che avevamo ascoltato in versione studio (più una cover di Ramblin’ Jack Elliott, Falling Down Blues): e c’è da dire che la dimensione live calza proprio a pennello, come un bel vestito, sulle spalle di Benjamin e della sua band, e dona a quei magnifici piccoli capolavori (garage)rock blues una piacevole sfumatura grezza e punk che ce li fa amare, se possibile, ancora di più.
In ascolto Benjamin Booker Live On KEXP.

CF-045cover_1024x1024Ty Segall Band – Live in San Francisco (Castle Face): il disco è attribuito alla Ty Segall Band e in effetti sono proprio loro (Mikal Cronin, Charlie Moothart, Emily Rose Epstein e il Ty), ma se vi aspettate una pesante e rumorosa celebrazione live del mastodonte Slaugtherhouse (In The Red, 2012) potreste rimanere delusi. O forse anche no. Perché se è vero che solo quattro (i primi quattro) dei dieci pezzi qui inclusi sono estratti da quel disco, il resto è comunque farina del sacco del Ty e sulla qualità della farina spacciata dal Ty c’è poco da discutere. Così come su quella della band che supporta le sue scorribande sonore, che qui appare in evidente stato di grazia. E allora tenetevi da parte gli aggettivi pesante e rumoroso perché potrebbero farvi comodo e godetevi questo ruvido e tesissimo assalto heavy-fuzz-(garage)punk.

 

Il meglio del 2015 – EP e singoli

5c330db7b54b06cf395e9e4f180c3720Adoro le playlist di fine anno. È da veri sfigati, lo so, e “il manuale del buon critico musicale” impone di odiarle. Io invece credo che abbiano il loro bel perché. Anzi, credo che ne abbiano due.

Il primo è che impongono a chi scrive di musica di fare una selezione tra i dischi ascoltati e di dare risalto a quelli che – a suo giudizio (sindacabile) – rappresentano “lo stato dell’arte” in quel dato anno, e che immagina debbano rimanere nella memoria dei posteri e fare “storia della musica”.

Che, evidentemente, altro non è che uno dei modi – di certo non il più profondo e analitico, a voler sindacare – di esercitare la critica.

Il secondo perché, forse più importante del primo ancorché assai banale, è che le playlist contengono musica, e certe playlist (esempio_1, esempio_2) contengono buona musica e chicche insospettabili, e di buona musica (così come di chicche insospettabili) ce n’è sempre un gran bisogno.

E comunque, in fin dei conti, il dibattito classifiche SÌ/classifiche NO è uno dei più sterili e fracassamaroni degli ultimi due millenni, quindi

STOP.

jay reatard - singles_ritagliataQuest’anno ho deciso di riespandere la lista dei LP, che l’anno scorso era scesa da 50 a 20 posizioni; di espanderla, molto semplicemente, a tutti gli album che credo valga la pena segnalare, raggruppati un po’ come diavolo mi pare e piace: nessuna classifica coi numerini, dunque, né tantomeno una lista in ordine alfabetico, ma un numero X di dischi suddivisi in 4 gruppi: “il disco dell’anno” (in solitaria), “gli eccelsi”, “i disconi” e “i dischi amici”.

A corredo di questo listone, le liste più striminzite: EP e singoli, live album e qualche sfizioso divertissement buttato giù al momento, senza pensarci troppo su, senza alcun esercizio critico e senza editing.

Partiamo con EP e singoli, la lista più striminzita di tutte, quella che più risente del caos che da sempre insidia, per il sottoscritto, l’ascolto della musica online. Di solito va più o meno così: ascolto un brano, un singolo o un EP su qualche servizio di streaming, dimentico di tenerne traccia e così, veloce come un’inculata, finisce tutto (o quasi) nel cestino della memoria. Alla fine dell’anno resta poco, a galla: quello che ho acquistato e una manciata di cosine che ho amato tanto, dunque tracciato (i.e. salvato i link in uno stupido file word) e perciò “strimmato” costantemente. Questo è quanto:

797ce714-42f8-4c8a-b106-766441295a32Movie Star Junkies – Your Pretty Fangs (Wild Honey): di sole tre tracce (di cui una cover, la bellissima Plain Gold Ring di Nina Simone, e una nuova versione di un vecchio pezzo, Baltimore) è composto il nuovo EP dei MSJ, ma tante bastano a far vibrare casse e cuore e a far digrignare i denti. Qui sotto l’inedito, un feroce attacco blues-punk da manuale. Il “prodotto” è bellissimo e si acquista qui.

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The Ex & Fendika – Lale Guma/Addis Hum (Ex): gli Ex e i Fendika (una band acustica etiope) suonano insieme dal vivo, in Europa e in Etiopia, da ben sei anni. La collaborazione in studio era quindi lo sbocco naturale di questa attività live e non poteva che venirne fuori una cosa bellissima. In ascolto qua sotto Addis Hum, il lato B del singolo, rifacimento post-punk di Gue, brano tradizionale della popolazione etiope dei Gurage.

Meat Wave – Brother (Brace Yourself): è un post-hardcore urgente, rumoroso, obliquo e incazzato (tanto nella musica quanto nei testi), quello che scorre come un fiume in piena nei solchi di Brother. Mettici una certa inclinazione per la melodia epica, una manciata di riff irresistibili (Sham King), una gran voce, un tiro micidiale, un pezzone che puzza di grunge-noise (Sunlight), una bella cover di Mystery dei Wipers, una produzione egregia ed ecco che tutto torna. E spacca.

woolen men - options EP

The Woolen Men – Options EP (autoprodotto): A tre mesi dall’uscita del bellissimo Temporary Monument, gli Woolen Men tornano a battere il ferro autoproducendosi questa bella cassettina EP (edizione limitata a 200 pezzi). Sei canzoni post-punk e art-pop scarne e melodiche, rese piacevolmente grezze dalla registrazione in bassa fedeltà. Non siamo ai livelli del glorioso precedente, ma neppure lontani anni luce, il tutto è decisamente piacevole (Paladin/Return è un gioiellino) e fa buona compagnia.