NERO – Lust Soul (autoproduzione, 2016)

phpThumb_generated_thumbnailjpgLa prima notizia è che NERO è tornato.

«E chi cazzo è NERO?»

Nero è Nero Kane (al secolo Marco Mezzadri), uno che ha attraversato come una fiamma impazzita l’underground milanese dell’ultimo decennio: prima con i Detonators, una punk band col cuore ben piantato nella New York (e nella Cleveland) della seconda metà degli anni ’70; poi con i The Doggs (e Nero & The Doggs a chiudere), band garage rock di chiara impronta stoogesiana (ne scrissi qui, qui e qui).

Conclusa quell’esperienza con una mini-compilation di materiale inedito all’inizio del 2015 (2009/2013 Dangerous Years), Nero Kane ha deciso di dare un taglio al nome sociale e di ripartire con un nuovo progetto: NERO, per l’appunto.

Moniker logorroico come pochi altri, vien da dire dopo aver ascoltato il disco.

La seconda notizia, infatti, è che Lust Soul segna una virata decisa verso suoni sintetici e atmosfere dark e gotiche, à la Sisters of Mercy, Bauhaus e compagnia bella; una virata che si porta dietro perversione e voglia di graffiare (che affondano le radici nel proto-punk degli Stooges così come nella neo-psichedelia in salsa garage degli Spacemen 3), ma le lascia a marcire sotto una coltre di effetti da elettronica minimale.

NERO - 3La chitarra secerne ancora pericolose scintille ashetoniane (No Sense of Crime, Bleeding, e soprattutto Over My Dead Body), ma sono i synth, la batteria elettronica e la voce di NERO, che si è fatta più evocativa e suadente che in passato, a fare l’atmosfera disegnando quadretti oscuri, freddi e decadenti.

Ciò che stupisce positivamente è la capacità di far convivere mondi troppo spesso mantenuti a inutile distanza di sicurezza. Come i Joy Division morsi dal verme del rock’n’roll che saltano fuori da I’m The Sin, o la bella ballata sintetica e minimale In My Town, che mischia sapientemente il Lou Reed di Berlin con lo shoegaze e il rock gotico. O ancora Bleeding, con un passo quasi doom, una chitarra satura, tagliente e spaziale a fendere l’aria e le dolci incursioni di piano che ne ammorbidiscono i toni; Over My Dead Body, dove gli Stooges vanno a braccetto con l’elettronica, e infine Spirits, un bel mantra psichedelico dal gusto gotico.

Non tutto è riuscito bene. L’apertura ad esempio, affidata a Death In June, un pezzo così rarefatto da risultare pressoché impalpabile (e che al limite sarebbe andato bene in chiusura); la loureeediana Old Demons, che avrebbe meritato altro trattamento in sede di arrangiamento (qui la batteria elettronica e i synth sono veramente di troppo); o l’aggressione lirica di Bitch, alla quale manca una sana irruenza rock e un testo decente per riuscire nell’assalto e lasciare qualche ferita. E, infine, quelle movenze vocali da Iguana, che forse stonano un po’ nell’economia di questa nuova fase.

Buttate giù le ultime note di Tomorrow Never Comes, l’impressione che rimane è quella di un disco che non riesce a dare tutto ciò che promette, rimanendo invischiato tanto negli eccessi del vecchio rock stoogesiano che in quelli del nuovo synth rock gotico, senza riuscire (se non a tratti) a fondere le due anime e regalare un che di veramente eccitante. Che sta proprio lì, dietro l’angolo, basta lavorarci su. (6,5)