Ulrika Spacek – The Album Paranoia (Tough Love, 2016)

Ulrika Spacek - The Album ParanoiaNon so voi, ma a volte ci godo veramente di brutto nel farmi ipnotizzare dalla musica. Ci faccio dei gran bei viaggi, ecco tutto. Di quelli che torni un po’ cambiato e col sorrisino idiota sulle labbra.

The Album Paranoia, recentissimo esordio su Tough Love degli Ulrika Spacek, duo berlinese di stanza a Londra, è un bell’album di musica ipnotica. Un’ipnosi costruita su fondamenta di neopsichedelia marcata shoegaze e indie rock anni zero, cui i nostri hanno avuto la decenza di NON affiancare quella roba dream pop melensa che nove volte su dieci rende inascoltabili dischi del genere. Non che manchi il pop, per carità, ma i riferimenti sono ben altri e fa piacere dover constatare che si tratta dei Radiohead. Aggiungete una bella pizzicata di kraut rock (Neu!) e qualche escrezione noise (Spacemen 3, soprattutto, ma anche Gioventù Sonica) e avrete il quadro completo.

Quasi completo, perché al netto delle influenze e delle infinite catene di rimandi ci sono le canzoni e sono quelle, come in ogni buon disco pop che si rispetti, a fare la differenza. Senza voler per nulla strafare, gli Ulrika Spacek sono riusciti a comporre una collezione di pezzi orecchiabili e ben costruiti, che fanno l’altalena tra momenti di rumore bianco, dilatato dalla ripetizione dei riff e patterns melodici, e altri di pura elegìa pop, ben orchestrata e mai noiosa.

ulrika-spacek_miniL’esempio più emblematico, e cioè il pezzo migliore del disco, è senz’altro la Beta Male che trovate qua sotto: un pezzo instabile, schizofrenico, in bilico tra l’esigenza di graffiare (il riffone heavy e le chitarre sature in apertura e chiusura) e la voglia di cullare ed essere cullato (la nenia pop che sta nel mezzo). Poi c’è Porcelain, così perfetta nel suo incedere pop acido, sospinta da una gustosa ritmica metronomica e sferzata da dolci brezze di rumore; o Strawberry Glue, che suona come i Radiohead dopo una pera di adrenalina, o ancora Ultra Vivid, un indie pop malinconico dalla melodia irresistibile. Il resto, che potete scoprire da soli ascoltandolo qui, è una variazione più o meno riuscita (quasi sempre più, diciamolo) sul tema dei brani citati.

Tolti i momenti in cui il già sentito (i Radiohead su Airportism; il riff dell’iniziale I Don’t Know, preso pari pari da Don’t Play With Guns dei Black Angels) ha spezzato un poco l’andatura e rovinato la poesia, il viaggio è stato piacevole, un’esperienza da ripetere, e chissà che non migliori col tempo. O col secondo album magari. Io intanto, per non sbagliarmi, mi rimetto in cammino. (7)

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