Moa Anbessa, ovvero dei miei viaggi con Getatchew Mekuria

getachew-mekuria-the-exIeri, un maledetto 4 aprile qualsiasi, se ne è andato all’età di 81 anni Getatchew Mekuria, grandissimo sassofonista etiope.

Ne so poco di Mekuria, per la verità, però c’è stato un periodo della mia vita (un periodo bello) in cui io e lui siamo stati grandissimi amici: così, quando ho letto della sua morte sulla pagina degli Ex, ho sentito il bisogno fisico di buttar giù due righe. Che non potevano prendere altra forma, rebus sic stantibus, se non quella di una breve storiella sul come e sul perché siamo diventati compagni inseparabili.

Mi imbattei in questo gigante del jazz africano dieci anni fa o giù di lì grazie a Moa Anbessa (Terp, 2006), primo frutto discografico del sodalizio artistico con gli Ex. Probabilmente andò nel modo per me piuttosto classico: ne lessi la recensione da qualche parte, ne fui incuriosito, lo scaricai, lo masterizzai e lo piazzai nel raccoglitore dei CD che tenevo in macchina. Punto. Non avevo ascoltato mai niente di anche lontanamente simile prima di allora, e mai avrei potuto immaginare che mi sarei innamorato di un disco così, un’opera lunghissima (per il sottoscritto un disco di sessanta minuti è lunghissimo, ebbene sì) che mescola post-punk, jazz africano, noise e musica popolare etiope. «Cristo, ma cos’è ‘sta merda?!», avrei risposto a chi mi avesse descritto un album del genere solo pochi anni prima.

getatchew mekuria - moa anbessaE invece andò così, mi rapì subito e lo amai profondamente: il calore e la libertà del sax di Mekuria, la ruvidezza delle chitarre, i sentori africani e quelli punk, la compattezza del suono e la sua leggerezza, la musica che si esalta ad ogni singola nota, tutto era ed è perfetto in quel disco. Persino le imperfezioni. Mi ci tuffai dentro, letteralmente, e ben presto divenne il piacevole compagno dei numerosi (e spesso solitari) viaggi in macchina con i quali, ai tempi, attraversavo il poetico tratto di Cassia che separa San Lorenzo Nuovo da Siena, facendo la spola tra la vita universitaria e qualche fine settimana al paesello.

Lo ascolto sempre molto volentieri, Moa Anbessa, e ogni qual volta partono le note di Ethiopia Hagere, Muiscawi Silt o Tezalegn Yetentu parte anche il filmino dei flashbacks nella mia testa, e mi vedo alla guida della vecchia Rover 200 verde mentre “sfreccio” sulla Cassia all’altezza di Bagno Vignoni o Buonconvento, mezzo stonato dalla musica e dai tranquillanti naturali. Una di quelle volte, un amico che faceva il viaggio con me (Riccardo) riconobbe l’album sfogliando il raccoglitore dei CD e ce lo ascoltammo insieme e fu una cazzo di gioia condividerlo con qualcuno!

[ascoltai ed amai così tanto quel disco che anni dopo, quando conobbi il ragazzo etiope che avrebbe frequentato con me il master in microfinanza a Bruxelles, non trovai niente di meglio da fare, per gettare un ponte e rompere il ghiaccio, che parlargli di Mekuria e di Moa Anbessa. Non aveva la più pallida idea di cosa stessi cianciando, per la cronaca, e ci rimasi come un perfetto coglione]

Fu così che Moa Anbessa divenne, per me, la storia di quei viaggi in quell’anno lì – il 2007, più intenso e generoso di tanti altri (nei miei flashbacks c’è sempre il sole!); ma fu anche, in retrospettiva, la storia di due incontri musicali definitivi. Quello con gli Ex, che avevo ascoltato poco e sempre distrattamente, e che da allora hanno scalato velocemente posizioni, attestandosi belli alti nel gruppo ristretto delle “band della vita”; e quello con il jazz, la cui presenza nei miei ascolti si sarebbe decisamente moltiplicata negli anni a venire. Ed è tutta colpa tua, nonno Getatchew. Mi mancherai.

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