Kontiki Suite – The Greatest Show On Earth (Sunstone, 2015)

coverIeri sera mi ero perso in un bad trip inflittomi da uno di quegli oscuri e inutili dischi di drone e psychedelic rock che non ho ancora ben capito perché mi ostini ad ascoltare, quando a un certo punto – boom! – è tornata LA LUCE e i contorni delle cose sono cambiati.

Arrivato a metà del disco (Smoke Beach degli argentini Kill West, per la cronaca) ho gettato la spugna, l’ho fermato, gettato con stizza nel cestino e sono saltato a piè pari e speranzoso al disco successivo della mia digitale cassettina psichedelica. Il caso (ma sarebbe più veritiero dire «l’ordine alfabetico») ha voluto che lì ad aspettarmi ci fosse The Greatest Show On Earth, dei Kontiki Suite, secondo lavoro della band di Carlisle. Un disco ancora sconosciuto alle mie orecchie, che con il suo pop psichedelico dalle tinte folk e country rock ha decisamente cambiato il volto alla serata, tirandomi fuori di peso dal bad trip e riportandomi il sorriso sulle labbra.

E mi sono rimesso in viaggio. Un viaggio dolce, questa volta, attraverso paesaggi caldi e assolati, accarezzati da una altrettanto dolce brezza estiva. Lo radio del quattro ruote mandava Byrds, Teenage Fanclub, Neil Young, Jayhawks: ondate di psichedelia rovente, ballate country rock, squillanti chitarre jangle e freschissime melodie pop si frantumavano sul parabrezza e tornavano a inondarmi gli occhi di colori cangianti. Finestrini giù, braccio sulla portiera, paglione in bocca e la strada che scorreva come un placido torrente sotto il movimento beato e beota dei pistoni…

Tornato in me, ho dichiarato guerra a un certo rock del cazzo che sperimenta alle mie spalle il modo migliore per frantumarmi i maroni e sono andato a letto felice.

Del viaggio ricordo con particolare piacere: Bring Our Empire Down, Under the Rug, Pages of My Mind e Burned.

Gnod – “Bodies for Money”

launch109-gnod-jsnttprwcfidm_sIl nuovo album degli Gnod, in uscita il 31 marzo per Rocket Recordings, si presenta con il titolo impegnativo e impegnato di Just Say No To The Psycho Right-Wing Capitalist Fascist Industrial Death Machine. Completa il quadro una cover rosso/nera che urla «anarchia» e che contribuisce a fare del disco una delle dichiarazioni politiche più forti che la storia del rock ricordi.

Certamente più forte delle decine di canzoncine anti-Trump che hanno fatto la loro comparsa nei giorni della salita al potere del nuovo imperatore.

Paddy Shine rincara la dose in merito alle supposte idee rivoluzionarie della band: «In superficie, potrebbe quasi sembrare che non ci sia nessun movimento artistico di natura politica che si oppone a quello che sta accadendo, ma c’è, noi sappiamo che c’è. Forse quel movimento sta lottando per trovare una voce unica in questo momento, ma questo cambierà, deve cambiare» (potete leggere l’intera press release – in inglese – qui).

Un antagonismo dei contenuti che ben si sposa con la violenza del suono dei Gnod, che nei suoi momenti migliori (la discografia della band di Manchester è infinita; potete iniziare con Chaudelande, compilation del 2013 che raccoglie i due omonimi volumi usciti nei due anni precedenti) assume le forme di uno space rock corrosivo basato su ritmiche motorik, drone e staffilate noise.

Spetta alla bella Bodies for Money il compito di introdurre al mondo Just Say No…, e la sua perfezione punk psichedelica fa decisamente ben sperare sul valore e la potenza dell’opera.

The Underground Youth – “Amerika” (video)

tuy-wkodhitIl 15 febbraio uscirà per Fuzz Club What Kind Of Dystopian Hellhole Is This?, l’ottavo album degli Underground Youth.

Complici una serie di opere di pregevole fattura (Delirium, The Perfect Enemy for God e Haunted) e una febbrile attività live, la band di Manchester oggi di stanza a Berlino è diventata in breve tempo uno dei punti di riferimento della scena psych underground europea.

Se amate la psichedelia più fumosa, quella di derivazione shoegaze e dream pop, e se non disdegnate un pizzico di goth-rock, di post-punk e persino di folk, loro sono la band che fa per voi.

Intanto che aspettiamo il nuovo album, possiamo già goderci i due singoli con annessi videoclip che i nostri ci hanno gentilmente regalato via you-fuckin’-tube. Alice, uscito all’inizio dello scorso dicembre, e Amerika, di pochi giorni fa. Li piazzo entrambi qua sotto, in ordine inverso però, ché la mia radio ha scelto Amerika, feroce critica all’impero in decadenza e omaggio al caro Hunter S. Thompson. Un pezzo che entra da subito in connessione con cuore, stomaco e cervello, trascinato da un riff delicato e circolare, sostenuto da una batteria elettronica metronomica e immerso in una pericolosa atmosfera goth. Un pezzo che resta.

Il meglio del 2016 – LP, ovvero il listone

E listone fu, al final.

Si parte con i dischi top, le cose migliori uscite nel 2016 a parere del cretino (cioè io), commentate; poi, a seguire, gli album che non ce l’hanno fatta a raggiungere la vetta (it’s a long way to the top, d’altronde), ma che ho ascoltato con gran gusto et trasporto. Più in basso ancora ho messo una lista un po’ più lunga, nella quale ho inserito gli album che non mi hanno dato grandi picchi emozionali, ma che ho comunque ascoltato con piacere. Chiudo con le delusioni, perché bisogna pur toglierselo qualche fottuto sassolino dalla scarpa.

Il tutto è ordinato alfabeticamente: niente più classifiche in senso proprio, così la smetto di impazzire dietro alle posizioni e ci godo un po’ di più a fare questi benedetti listoni di fine anno.

I dischi top

coverBaby Woodrose – Freedom (Bad Afro): c’han messo ben quattro anni, Lorenzo e i suoi, per tirar fuori un nuovo LP, ma l’attesa non è stata vana. Al netto del riferimento al black power e dei testi più impegnati del solito, gradita sorpresa a questi occhi e a queste orecchie, Freedom riprende il discorso da dove lo aveva interrotto Third Eye Surgery, migliorando pure un po’ il tiro per la verità. Preciso, acido, potente e melodico, se ne sta a suo agio tra i migliori episodi della discografia dei Baby Woodrose e aggiunge una bella tessera al puzzle del rock psichedelico di inizio millennio.

 

Big Ups – Before A Million Universes (Tough Love): Before A Million Universes è, molto semplicemente, la miglior cosa che si sia ascoltata in ambito post-hardcore da una quindicina d’anni. Una gran botta di vita, insomma, che si gioca su una feconda dialettica tra ferocia post-hardcore (appunto) e momenti di distensione Slintiana. Le esplosioni di violenza escono come rinvigorite dalla giustapposizione con i momenti più rarefatti, che a loro volta appaiono come benedette oasi di pace. Una soluzione win-win. Esecuzione e produzione perfette. Il disco compagno dei miei viaggi su quattro ruote, gli devo tanto.

 

coverDavid Bowie – ★ (ISO): difficile parlare oggettivamente di un album uscito due giorni prima della morte del suo autore (di David Bowie, mica di pincopallino) e che, per tutta quella serie di circostanze che sappiamo a memoria (e che possono essere riassunta in una sola: ★ è il testamento artistico di Bowie), si porta dietro un carico emotivo difficilmente quantificabile. E tuttavia, riascoltandolo a un anno di distanza dai fatti non si può fare a meno di concludere che ★ è un disco bellissimo. Un disco che, nonostante le numerose citazioni (e autocitazioni), riesce a brillare di luce propria, un po’ come la sua copertina quando esposta alla luce del sole.

 

dvg_glow_in_the_dark_4Death Valley Girls – Glow In The Dark (Burger): il secondo album del quartetto losangelino è un meraviglioso concentrato di ciò che ancora c’è di buono nel rock: garage, psichedelia, punk e blues, sputati fuori con copiose dosi di paranoia e schizofrenia, da far arretrare di qualche passo. Bonnie Bloomgarden canta come una Siouxsie posseduta da un demone blues, e la band nei suoi momenti migliori suona come i Gun Club o i Cramps col pepe al culo. Direi che è più che abbastanza no?

 

deerhoof-the-magic-new-albumDeerhoof – The Magic (Polyvinyl): da sempre impegnati a forgiare e a vomitare con garbo e violenza rumorista la loro personale visione del rock (una roba strana che include punk, pop giapponese, avant-garde, noise e altre sconcerie), dopo vent’anni e tredici album i Deerhoof riescono ancora a stupirci mettendo a segno uno dei loro colpi migliori. The Magic non solo rappresenta al meglio il suono dei Deerhoof, ma ne amplia pure un poco i confini, aggiungendo al mix un po’ di “classicissimo” garage-punk. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

 

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Il meglio del 2016 – EP e singoli + live album

Ne ho letti e scritti fin troppi, di pipponi sulle classifiche di fine anno, quindi quest’anno (e così a seguire) ve lo risparmio. Alla fine, il tutto potrebbe essere così riassunto: a me piacciono, quindi le faccio. Statece.

Se avete tenuto le orecchie ben aperte, vi sarete accorti che il 2016 – così come gli anni che l’anno immediatamente preceduto del resto – è stato un buon anno per la musica popolare (a parte i morti ovviamente, ma quelli ci sono ogni anno e sono certo che avete notato). E anche per il rock’n’roll, checché se ne dica giù nelle fogne della critica mainstream o indie™. Meglio precisare.

Qui sotto (e soprattutto nel post dedicato agli album, che seguirà di qualche giorno), se vorrete ascoltare, c’è la mia umile testimonianza a corredo della tesi esposta sopra. Si inizia con le liste in ordine alfabetico di EP/singoli e live album. Vamos!

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Pill – Convenience (Mexican Summer, 2016)

a2005807613_10Giorni passati a cestinare dischi inutili, poi finalmente ne becco uno bello. O quantomeno interessante e promettente.

È un debutto. Ha una copertina sconveniente. È un po’ punk. La copertina, ma pure il contenuto. Punk come lo suonavano a New York verso la fine degli anni ’70-inizio ’80: no wave piena di spigoli rumorosi, chitarre glaciali e ritmi strambi. Ma non è tutto. C’è del (free)jazz, a volte, o quantomeno un sax, che a volte è arrogante e sgraziato, altre quasi dolce. Dolce come una fottuta pasticca colorata. C’è pure della psichedelia, ma potete anche scordarvi Frisco, o il deserto, o qualsiasi altra cosa che tradizionalmente associate al concetto. È psichedelia dei sobborghi e dei garage latrina: scostante.

Con le radici ben piantate nella tradizione underground newyorkese, i Pill si muovono orgogliosi e combattivi in un melting pot musicale fatto di fiammate di rumore e momenti di sospensione psichedelica, in una dialettica continua e feconda tra melodia e dissonanza. La verve polemica dei testi della cantante Veronica Torres, impregnati di femminismo e critica sociale, è quella d’altri tempi ma è adatta a questi tempi e terribilmente benvenuta. E Convenience è un’affermazione di forza e competenza rare. (7,5)