Il meglio del 2016 – LP, ovvero il listone

E listone fu, al final.

Si parte con i dischi top, le cose migliori uscite nel 2016 a parere del cretino (cioè io), commentate; poi, a seguire, gli album che non ce l’hanno fatta a raggiungere la vetta (it’s a long way to the top, d’altronde), ma che ho ascoltato con gran gusto et trasporto. Più in basso ancora ho messo una lista un po’ più lunga, nella quale ho inserito gli album che non mi hanno dato grandi picchi emozionali, ma che ho comunque ascoltato con piacere. Chiudo con le delusioni, perché bisogna pur toglierselo qualche fottuto sassolino dalla scarpa.

Il tutto è ordinato alfabeticamente: niente più classifiche in senso proprio, così la smetto di impazzire dietro alle posizioni e ci godo un po’ di più a fare questi benedetti listoni di fine anno.

I dischi top

coverBaby Woodrose – Freedom (Bad Afro): c’han messo ben quattro anni, Lorenzo e i suoi, per tirar fuori un nuovo LP, ma l’attesa non è stata vana. Al netto del riferimento al black power e dei testi più impegnati del solito, gradita sorpresa a questi occhi e a queste orecchie, Freedom riprende il discorso da dove lo aveva interrotto Third Eye Surgery, migliorando pure un po’ il tiro per la verità. Preciso, acido, potente e melodico, se ne sta a suo agio tra i migliori episodi della discografia dei Baby Woodrose e aggiunge una bella tessera al puzzle del rock psichedelico di inizio millennio.

 

Big Ups – Before A Million Universes (Tough Love): Before A Million Universes è, molto semplicemente, la miglior cosa che si sia ascoltata in ambito post-hardcore da una quindicina d’anni. Una gran botta di vita, insomma, che si gioca su una feconda dialettica tra ferocia post-hardcore (appunto) e momenti di distensione Slintiana. Le esplosioni di violenza escono come rinvigorite dalla giustapposizione con i momenti più rarefatti, che a loro volta appaiono come benedette oasi di pace. Una soluzione win-win. Esecuzione e produzione perfette. Il disco compagno dei miei viaggi su quattro ruote, gli devo tanto.

 

coverDavid Bowie – ★ (ISO): difficile parlare oggettivamente di un album uscito due giorni prima della morte del suo autore (di David Bowie, mica di pincopallino) e che, per tutta quella serie di circostanze che sappiamo a memoria (e che possono essere riassunta in una sola: ★ è il testamento artistico di Bowie), si porta dietro un carico emotivo difficilmente quantificabile. E tuttavia, riascoltandolo a un anno di distanza dai fatti non si può fare a meno di concludere che ★ è un disco bellissimo. Un disco che, nonostante le numerose citazioni (e autocitazioni), riesce a brillare di luce propria, un po’ come la sua copertina quando esposta alla luce del sole.

 

dvg_glow_in_the_dark_4Death Valley Girls – Glow In The Dark (Burger): il secondo album del quartetto losangelino è un meraviglioso concentrato di ciò che ancora c’è di buono nel rock: garage, psichedelia, punk e blues, sputati fuori con copiose dosi di paranoia e schizofrenia, da far arretrare di qualche passo. Bonnie Bloomgarden canta come una Siouxsie posseduta da un demone blues, e la band nei suoi momenti migliori suona come i Gun Club o i Cramps col pepe al culo. Direi che è più che abbastanza no?

 

deerhoof-the-magic-new-albumDeerhoof – The Magic (Polyvinyl): da sempre impegnati a forgiare e a vomitare con garbo e violenza rumorista la loro personale visione del rock (una roba strana che include punk, pop giapponese, avant-garde, noise e altre sconcerie), dopo vent’anni e tredici album i Deerhoof riescono ancora a stupirci mettendo a segno uno dei loro colpi migliori. The Magic non solo rappresenta al meglio il suono dei Deerhoof, ma ne amplia pure un poco i confini, aggiungendo al mix un po’ di “classicissimo” garage-punk. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

 

coverDinosaur Jr. – Give A Glimpse of What Yer Not (Jagjaguwar): l’ispirazione dei Dinosaur Jr. non accenna a calare e noi non possiamo che accontentarci, godendo come pinguini nel vedere una reunion che va a buon fine e, soprattutto, nell’ascoltare dischi così compatti e gloriosi. I Dinosaur Jr. son sempre loro, il loro indie rock chitarristico e slacker è sempre quello e di rivoluzioni manco a parlarne, ma la potenza e la vitalità che trasudano da Give A Glimpse farebbero impallidire tanti. Il songwriting è al top e Lou Barlow canta uno dei pezzi più memorabili del lotto. Meglio di così si muore.

 

Hope Sandoval & the Warm Inventions – Until the Hunter (Tendril Tales): la voce di Hope Sandoval è irresistibile, ipnotica, drogata e sensuale come sempre. Le canzoni che ci dispensa ogni troppi anni in compagnia di Colm Ó Cíosóig lo sono anche loro, e questa volta lo sembrano anche di più. Pare che i due abbiano fatto decantare a dovere la scrittura e (soprattutto) gli arrangiamenti e che ne sia uscito fuori qualcosa di più vario e affascinante, musicalmente parlando. Folk psichedelico e dream pop, di quello si sta parlando, e questo è il migliore sulla piazza.

 

coverKing Gizzard & the Lizard Wizard – Nonagon Infinity (ATO): per certi versi e a volte anche per altri, il mio disco dell’anno, quello che mi ha più stupito, divertito, affascinato e gasato fino a scatenarmi gli istinti più animali (non pensate male, è rock mica droga pesante). E infatti è pure l’unico di questa lista a cui sono riuscito a dedicare una recensione degna di questo nome. Semplicemente sentivo di dovergliela. Potete leggerla qui.

 

PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project (Vagrant): era difficile fare meglio di Let England Shake e infatti non ce l’ha fatta, la cara PJ. Ora scordatevi pure questa intro un po’ stronza, perché comunque il livello di The Hope Six Demolition Project è bello alto e Polly si conferma una volta di più una grandissima songwriter e musicista e una superba cantante. Il resto lo fanno i soliti sodali, contribuendo a dare all’album il significato di opera collettiva, fatta da una vera e propria band (una band molto affiatata).

 

Dandelion Sauce_FCTerminal Cheesecake – Dandelion Sauce of the Ancients (Box): i Terminal Cheesecake tornano a ventidue anni dall’ultimo King of All Spaceheads per consegnarci il loro album più rumoroso di sempre e l’album più rumoroso del 2016. Dandelion Sauce of the Ancients è un’esplosione di noise rock e psichedelia difficile da controllare: le distorsioni suonano come sonore bastonate, la struttura dei pezzi… be’, quella non c’è per la verità, c’è tanta confusione sotto il cielo e tutto quello che puoi fare è startene lì a subire le continue folate di rumore che ti tagliano il viso e ti spezzano le ossa.

 

coverWorld Be Free – The Anti-Circle (Revelation): era tempo che non mi emozionavo con un disco di hardcore melodico. Una cosa tipo vent’anni o giù di lì. E questo è puro hardcore melodico, fatto strabene, col cuore che pulsa e le vene in sovrimpressione, le accelerazioni e i breaks, la rabbia che circola a fiotti e l’attitudine positiva. C’è pure una grande canzone antirazzista, e di questi tempi ce n’è davvero un gran bisogno. E allora grazie. Di tutto.

 

Dischi che ho ascoltato con gran gusto et trasporto

Car Seat Headrest – Teens of Denial (Matador)
Christian Fitness – This Taco Is Not Correct (Prescriptions)
Ex-Cult – Negative Growth (In The Red)
Future of the Left – The Peace and Truce of Future of the Left (Prescriptions)
Half Japanese – Perfect (Joyfuyl Noise)
Head Wound City – A New Wave of Violence (Vice)
Jackie Lynn – Jackie Lynn (Thrill Jockey)
King Buffalo – Orion (Autoprodotto)
Krano – Requiescat in Plavem (Maple Death) – il disco italiano dell’anno
Kristin Hersch – Wyatt at the Coyote Hotel (Omnibus Press)
Motorpsycho – Here Be Monsters (Rune Grammofon/Stickman)
Parquet Courts – Human Performance (Rough Trade)
Pill – Convenience (Mexican Summer)
Steve Gunn – Eyes on the Lines (Matador)
The Brian Jonestown Massacre – Third World Pyramid (A)
The Claypool Lennon Delirium – The Monolith of Phobos (Felicity)
The Limiñanas – Malamore (Because)
The Men – Devil Music (Sacred Bones)
Wight – Love Is Not Only What You Know (Fat & Holy/Bilocation)


Dischi che ho ascoltato con piacere

Arabrot – The Gospel (Fysisk Format)
Blaak Heat – Shifting Mirrors (Tee Pee/Svart)
Bob Mould – Patch The Sky (Merge)
Brant Bjork – Tao of the Devil (Napalm)
Choke Chains – Choke Chains (Black Gladiator/Slovenly)
Cool Ghouls – Animal Races (Empty Cellar)
CRTVTR – Streamo (To Lose La Track/Already Dead Tapes/QSQDR)
Dan Stuart with Twin Tones – Marlowe’s Revenge (Cadiz)
Datura4 – Hairy Mountain (Alive)
Descendents – Hypercaffium Spazzinate (Epitaph)
Fat White Family – Songs for our Mothers (Without Consent)
Fire! Orchestra – Ritual (Rune Grammofon)
Goat – Requiem (Sub Pop)
Hooded Fang – Venus on Edge (Full Time Hobby)
Iggy Pop – Post Pop Depression (Loma Vista/Caroline)
Kid Congo & The Pink Monkey Birds – La Araña Es La Vida (In The Red)
Lucinda Williams – The Ghost of Highway 20 (Highway 20)
Mind Spiders – Prosthesis (Dirtnap)
Mondo Drag – The Occultation of Light (Easy Rider)
Radiohead – A Moon Shaped Pool (XL)
Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Dead Oceans)
So Pitted – Neo (Sub Pop)
Teenage Fanclub – Here (Merge)
The Kills – Ash & Ice (Domino)
The Winstons – The Winstons (AMS)
Thee Oh Sees – A Weird Exits (Castle Face)
Ty Segall – Emotional Mugger (Drag City)
Ulrika Spacek – The Album Paranoia (Tough Love)
White Lung – Paradise (Domino)
Wilco – Schmilco (dBpm)
Wire – Nocturnal Koreans (Pinkflag)
Yak – Alas Salvation (Octopus)

Le delusioni

Neil Young – Peace Trail (Reprise): cacca inascoltabile. Mi dispiace zio Neil, davvero, però uno sforzo in più lo potevi fare mannaggiacristo.

Night Beats – Who Sold My Generation (Heavenly): passo indietro non richiesto verso l’epoca Nuggets, di copie carbone ne abbiamo piene le balle.

Pop. 1280 – Paradise (Sacred Bones): una metà buona (la prima) e una inascoltabile (la seconda), la prossima volta pubblicate un EP.

The Pop Group – Honeymoon on Mars (Freaks R Us): il ritorno alle origini (Dennis Bovell alla consolle in sette tracce) non funziona, mi vado a riascoltare Y.

Preoccupations – Preoccupations (Jagjaguwar): esordio grandioso seguito da secondo disco (questo) mediocre e stanco e io vi odio. Lo salva quella voce. Anzi no.

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5 thoughts on “Il meglio del 2016 – LP, ovvero il listone

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