Dale Crover – The Fickle Finger of Fate (Joyful Noise, 2017)

Il primo vagito solitario del grande Crover è uno strano amalgama di deformità sludge-sperimentali e dolci, liquide forme psych-pop. Riuscite a immaginarlo? E ora che lo avete ascoltato: ve lo aspettavate un disco così da zio Dale? Io francamente no (non mi aspettavo neppure un suo disco solista, per la verità). Ma meglio così, ché di overdose di sorprese non è mai morto nessuno. Anzi. Annoiato dalle ultime prove dei Melvins, è proprio qui (e nell’esordio dei Crystal Fairy) che sono finito per rifugiarmi nel tentativo di ritrovare la stima nei miei due sludger preferiti, e devo dire che la cosa ha funzionato piuttosto bene. Nel modo schietto e sotterraneo in cui funzionano le cose belle e leggere, che non pretendono di eccedere.

E di eccessi qui dentro ce ne sono davvero pochi, se avete familiarità con i trascorsi del nostro (ovvero la discografia dei Melvins degli ultimi trent’anni). Gli unici che il buon Dave si concede sono quando, per colmare vuoti di ispirazione o divertirsi a sperimentare con la molle materia che si è trovato fra le mani, mette su dei brevi siparietti nei quali si limita a dar sfoggio di arte del pellame (None, No More, Vulnavia, Horse Pills), a perdersi in paludi di psichedelia malatissima (Tiny Sound / I Don’t Know Why, There Goes the Neighbourhoods) o semplicemente a cazzeggiare; poco importano poi, gli eccessi, perché è un vero piacere – un piacere per palati affamati di rock e lisergia – ritrovarsi in compagnia di piccole gemme acide come Bad Move, di sensibili e melodici boogie rock (Hillibilly Math) e ballate folk-psych dal volto tirato (Little Brother). Crover è pur sempre un Melvin e lo sludge acido di Big ‘Uns si occupa di riportare tutto (o quasi) a casa, [update >] con quel video che ricorda un po’ i vecchi videoclip dei Primus e qualcosa dei Butthole Surfers [< update]; è un gran piacere ritrovarsi, ma è solo un momento, una sbandata che prelude alla fuga nell’etereo psych pop appena sporcato di schizzi hard della title-track. Ci prova di nuovo, con più decisione, Thunder Pinky (un quadretto così perfetto che neanche Pollard) ma si finisce per rimanere invischiati nella colla pinkfloydiana di I Found the Way Out.

Per concludere quest’infima chiacchierata, bisogna dire che un EP avrebbe reso di più (ma devo pur ammettere che mi trovo a pensare questa cosa per il 90% dei dischi che ascolto) e che a volte il cazzeggio stanca, senza neanche impressionare, ma pure che Fickle Finger of Fate è un buon esordio, un disco che fa compagnia e che, nei suoi momenti migliori, sorprende e fa star bene.

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