The Wheel, la cassettina | #cassettine #loudnotes

Ed ecco una nuova cassettina di musica fresca fresca per palati d’amianto. Meno ruvida dell’EP Rasoio, per carità, ma sempre col motore su di giri.

Banalmente, s’intitola The Wheel perché c’erano ben tre canzoni con questa parola nel titolo.

Si parte con due pezzoni (Beyond the Wheel e Flower) tratti dal disco dell’anno: la riedizione su Sub Pop di Ultramega OK, l’LP d’esordio dei Soundgarden uscito in origine nel 1988 per la SST, rivestito per l’occasione dei panni più caldi, spessi e ruvidi del nuovo mix di sua maestà “Il Grunge”, Jack Endino (a correggere il vecchio mix che aveva un po’ scolorito e inibito la potenza delle canzoni). Sì va be’, non è proprio musica nuova, ma al cuor non si comanda e comunque ecco, ascoltatelo e ditemi se non vi sembra nuovo.

Per il resto, The Wheel contiene solo musica uscita per la prima volta quest’anno, ovvero: il singolo apripista di Why Love Now, quinto scostumato e corrosivo album dei Pissed Jeans, prodotto da Lydia Lunch (per chi non avesse ancora carpito il sarcasmo dei Nostri e si stesse chiedendo cosa diavolo c’entra Lunch con questi quattro cazzoni, consiglio questo articolo); Stick in the Wheel, secondo pezzo tratto dall’incazzatissimo noise album degli GNOD, in uscita a fine mese su Rocket Recordings; Ground Control, il gradito ritorno, dopo ben diciassette anni, dei Boss Hog di Cristina Martinez e Jon Spencer. Poco più giù c’è Leaning on a Wheel, un bellissimo pezzo tratto da A Hairshirt of Purpose, sesto album dei Pile (il segreto meglio custodito dell’indie rock di estrazione post-hardcore), in uscita pure lui a fine mese, ma su Exploding In Sound; a chiudere la zona well-known o quasi c’è Dr. Feelgood Falls Off the Ocean, l’ennesimo singolo grezzo e appiccicoso che apre l’ennesimo album (August By Cake, un disco doppio contenente ben 32 pezzi…) dei Guided By Voices, il centesimo disco sul quale ha messo le mani sir Robert Pollard.

Chiudono la cassetttina due perfetti sconosciuti (almeno per il sottoscritto): i Mountain Movers, che mi si presentano con Angels Don’t Worry, una deliziosa jam pop psichedelica dal retrogusto noise. Il loro (quarto?) album omonimo uscirà il 5 maggio per i tipi della Trouble In Mind. E infine quella che a me è sembrata LA vera chicca: loro sono i Dead Sea Apes e questa Tentacles (The Machine Rolls On) è una strana creatura dub psichedelica che mette l’acquolina in bocca. Sixth Side of the Pentagon, loro ottava fatica (!), uscirà il 3 aprile per Cardinal Fuzz.

E qui la chiudo io. Buon ascolto.

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Rasoio EP, la (mini)cassettina | #cassettine #loudnotes

Rasoio EP è un po’ quello che ti aspetteresti, con quel titolo: una rasoiata in faccia. Una cosa senza mezze misure, sboccata e urticante, che ha il sapore un po’ perverso e ansiogeno del buon rock’n’roll.

Dentro, cinque pezzacci freschi freschi appena usciti. Ve li presenterei, ma prima viene Lei, la (mini)cassettina. Play it loud!

Necessary Call è un estratto dal nuovo fiammante album dei POW!, Crack an Egg, terza uscita consecutiva per i tipi di Castle Face. C’è dentro il tipico suono dei Nostri, il solido e contagioso synth-punk che ce li ha fatti amare e ballare e cantare mentre ascoltavamo quel mezzo capolavoro che era Fight Fire. Provateci voi a liberarvi di questi pezzi appiccicosissimi.

God of Nicaragua segna il rapido ritorno dei Feral Ohms, che giusto qualche mese fa avevano esordito con un live spaccaossa (Live in San Francisco, finito nella classifica dei migliori live album del 2016 di questo blog). È il primo singolo estratto dal loro primo omonimo album in studio, in uscita il 24 marzo per Silver Current, ed è una fiammata di hi-energy rock’n’roll sparata in faccia con furia e precisione.

Gli Uniform sono la band di Ben Greenberg (ex The Men) e Michael Berdan (Drunkdriver), e fanno un industrial metal trapuntato di hardcore e noise che mette i brividi. Un po’ sulla scia dei compagni d’etichetta (Sacred Bones) Pop. 1280, ma più rumorosi e cattivi, meno synth e più riff trash-noise, meno esperimenti e più attacchi frontali. Killing of America (tratta dal disco d’esordio: Wake in Fright) è brutale e fa indietreggiare di qualche passo.

Riddle of Steel è il lato B del singolo Ripping Death b/w Riddle Of Steel e contiene i ZIg Zags che più ci piacciono, la loro miscela sempre esplosiva e ora anche un pelino evocativa di punk e metal. È musica da battaglia, da pogo folle e disperato, da pugni al cielo. Il singolino esce il 24 febbraio per Famous Class.

Andy Human è vecchia conoscenza dell’ambiente garage punk (io lo ricordo volentieri nei Time Flys) e i Reptoids sono solo l’ultima delle sue creature mordi e fuggi. In questo fantastico sette pollici (Pee-Pee EP), il secondo se non erro per Goodbye Boozy, i Nostri fanno sfoggio del miglior garage punk sulla piazza: un punk un po’ sguaiato e sbrindellato, ma ballabile, con una lercia e immarcescibile anima rock’n’roll (ramonesiana).

La gelida cassettina della domenica pomeriggio | #cassettine #loudnotes

È bastata qualche domenica pomeriggio di gennaio di quelle gelide e grigie, tutta divano, decompressione e rock’n’roll, per tornare a compilare le fantastiche cassettine da mettere sul blog. La cassettina in questione, che poi cassettina non è più essendo stata degradata al rango di misera playlist iutubica (Everyone’s Myxtape è ancora online ma tace), contiene i pezzi che più mi hanno scaldato, emozionato e divertito tra quelli usciti in questi primi scampoli di 2017.

C’è un po di punk (una spruzzatina di settantasette e due pizzichi di post), un po’ di psichedelia in diverse salse, noise rock, garare rock e persino un po’ di folk. E qualche scintilla di fiera attitudine “combat” (che nel caso degli Gnod è quasi incendio).

Una bella colonna sonora per questo presente infame bastardo.

Buon ascolto e buona domenica pomeriggio.

Tracklist:

  1. Cyanide Pills – Stop and Search
  2. Ty Segall – Break a Guitar
  3. Gnod – Bodies for Money
  4. Cristal Fairy – Cristal Fairy
  5. The Underground Youth – Amerika
  6. Moon Duo – Cold Fear
  7. Angel Olsen – Fly on Your Wall
  8. Wire – Short Elevated Period
  9. Chavez – The Bully Boys
  10. Meat Wave – The Incessant
  11. The Black Angels – Currency
  12. All Them Witches – Alabaster
  13. Mark Lanegand Band – Nocturne
  14. Julie’s Haircut – Salting Traces
  15. Bill Fay – Shame

Il mio piccolo tributo ai Ruts

RutsThe Peel Sessions Album dei Ruts (Strange Fruit, 1990) figura nel recente minestrone degli ascolti primavera-estate, e figurerebbe senza dubbio nella lista dei dischi che più ho ascoltato quest’anno, se solo ne avessi stilata una. Il loro unico album, The Crack (Virgin, 1979), ha trovato posto nella bacheca pinterest dei miei album preferiti di sempre.
E persino i Ruts stessi potrebbero finire in un’altrettanto ipotetica lista: quella dei compagni più fedeli. Così testardamente fedeli, i compagni, che proprio a loro ho finito per ispirarmi quando ho deciso di far ripartire Loud Notes, rinominandolo per l’appunto Loud Notes D.C. (dopo la morte per overdose del cantante Malcom Owen, avvenuta il 14 luglio 1980, i restanti tre membri della band – Paul Fox, Dave Ruffy e John Jennings – decisero di continuare a suonare, ma cambiando nome in Ruts D.C.; D.C. sta per “da capo”).

Capirete dunque la necessità intrinseca di questo post, e perdonerete di certo il mio essere schifosamente coinvolto in questa storia; e avrete infine, mi auguro, la buona grazia di cliccare su questo link e andarvi a leggere l’articolo di John Robb, “Remembering Malcolm Owen: The Ruts 30 Years On”. Così, per iniziare ad approfondire, you know?

rutsimagesmall2400Ma perché, ordunque, ‘sta fissa esagerata per i Ruts? Per un fottio di motivi my dears: perché sono stati molto probabilmente la miglior band della seconda ondata punk del Regno Unito (quella, per dire, di gente come Stiff Little Fingers, UK Subs, Crass, Sham 69, Angelic Upstarts, Newtown Neurotics) e il loro The Crack fa rima con imprescindibile, per non parlare poi dei singoli; perché sono stati capaci di mischiare in modo credibile punk e reggae, riuscendo a cogliere la portata rivoluzionaria di quella fratellanza controculturale, e perché l’unica altra band del “movimento” che è stata capace di farlo (e in questo caso di farlo per primi) sono stati i Clash, e i Clash, anche per questo, sono dio; perché erano realisti, rabbiosi, militanti, musicalmente dotati e originali, i migliori, ed è un peccato che Owen se ne sia andato così presto; perché i Fugazi ci hanno studiato su, e i Fugazi sono dio;punk_the-worst perché Something That I Said è stata (per puro caso) una delle prime canzoni punk a penetrare i miei pressoché vergini condotti uditivi, quando avevo appena quindici anni: stava ficcata in un’assurda compilation con copertina verde (Punk: The Worst of Total Anarchy, Disky 1995), font pistolsiano, lamette in bella vista, spilla da balia in dotazione e tracklist improponibile che avevo acquistato speranzoso sulla rivista di mailorder Top Ten; perché l’ho amata da subito quella cazzo di canzone, m’è entrata dentro, e quando poi ho acquistato il primo volume della compilation (il giallo; quello verde era il secondo, ma non stava scritto da nessuna parte; il terzo, blu, non l’ho mai acquistato) e c’ho trovato dentro Babylon’s Burning beh, è stato grande.

E quindi, per tutto ciò, era giusto e necessario che io pagassi il mio piccolo tributo ai Ruts. Ed è pure necessario che mi fermi qui, lasciandovi con la bella “cassettina” d’ordinanza.