Havah – Contravveleno (Maple Death, 2017)

Era l’album del giorno una settimana fa per Jes Skolnik di bandcamp daily, è l’album del giorno oggi – stanotte – per il sottoscritto.

È il ritorno degli Havah, la creatura darkwave di Michele Camorani, già impegnato su altri fronti – fronti hardcore e screamo – con La Quiete e Raein. È pubblicato da una delle migliori etichette (davvero) indipendenti del paese infame sul quale state amaramente poggiando il culo: la Maple Death. “Contravveleno” sembra essere la loro terza prova e sembra pure che dovrò mangiarmi i gomiti per almeno una settimana, per non averli scovati prima e non essermeli portati come compagni di viaggio, durante le galoppate sul peugeottino o nelle serate lunghe e buie.

È un’opera oscura e tagliente, “Contravveleno”, figlioccia della darkwave e del gothic rock inglese (Bauhaus, Psychedelic Furs, Killing Joke, giusto per sputare nomi) come pure del miglior rock indipendente italiano (CCCP, Diaframma) e della Resistenza. Già, proprio Lei, perché l’idea del disco ha raggiunto Michele dopo aver ascoltato e assorbito una storia, assurda ma vera, raccontatagli dal partigiano Nullo Mazzesi: una memorabile fuga, lui appena dodicenne, sotto una pioggia di stronze pallottole naziste. Di lì l’idea di scrivere queste dodici storie di resistenza, storie dove le persone “normali” si fanno protagoniste, diventando per caso o per necessità l’antidoto (il “contravveleno” per l’appunto) alla barbarie.

Devo ancora ingoiarlo e digerirlo bene (il che significa che devo portarmelo in giro) e perciò mi limito a segnalarlo senza scavarne troppo gli anfratti; lo farete da soli, perché davvero prende bene e viene voglia di rimetterlo al suo posto, sul piatto, e di farlo girare infinite volte.

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Dale Crover – The Fickle Finger of Fate (Joyful Noise, 2017)

Il primo vagito solitario del grande Crover è uno strano amalgama di deformità sludge-sperimentali e dolci, liquide forme psych-pop. Riuscite a immaginarlo? E ora che lo avete ascoltato: ve lo aspettavate un disco così da zio Dale? Io francamente no (non mi aspettavo neppure un suo disco solista, per la verità). Ma meglio così, ché di overdose di sorprese non è mai morto nessuno. Anzi. Annoiato dalle ultime prove dei Melvins, è proprio qui (e nell’esordio dei Crystal Fairy) che sono finito per rifugiarmi nel tentativo di ritrovare la stima nei miei due sludger preferiti, e devo dire che la cosa ha funzionato piuttosto bene. Nel modo schietto e sotterraneo in cui funzionano le cose belle e leggere, che non pretendono di eccedere.

E di eccessi qui dentro ce ne sono davvero pochi, se avete familiarità con i trascorsi del nostro (ovvero la discografia dei Melvins degli ultimi trent’anni). Gli unici che il buon Dave si concede sono quando, per colmare vuoti di ispirazione o divertirsi a sperimentare con la molle materia che si è trovato fra le mani, mette su dei brevi siparietti nei quali si limita a dar sfoggio di arte del pellame (None, No More, Vulnavia, Horse Pills), a perdersi in paludi di psichedelia malatissima (Tiny Sound / I Don’t Know Why, There Goes the Neighbourhoods) o semplicemente a cazzeggiare; poco importano poi, gli eccessi, perché è un vero piacere – un piacere per palati affamati di rock e lisergia – ritrovarsi in compagnia di piccole gemme acide come Bad Move, di sensibili e melodici boogie rock (Hillibilly Math) e ballate folk-psych dal volto tirato (Little Brother). Crover è pur sempre un Melvin e lo sludge acido di Big ‘Uns si occupa di riportare tutto (o quasi) a casa, [update >] con quel video che ricorda un po’ i vecchi videoclip dei Primus e qualcosa dei Butthole Surfers [< update]; è un gran piacere ritrovarsi, ma è solo un momento, una sbandata che prelude alla fuga nell’etereo psych pop appena sporcato di schizzi hard della title-track. Ci prova di nuovo, con più decisione, Thunder Pinky (un quadretto così perfetto che neanche Pollard) ma si finisce per rimanere invischiati nella colla pinkfloydiana di I Found the Way Out.

Per concludere quest’infima chiacchierata, bisogna dire che un EP avrebbe reso di più (ma devo pur ammettere che mi trovo a pensare questa cosa per il 90% dei dischi che ascolto) e che a volte il cazzeggio stanca, senza neanche impressionare, ma pure che Fickle Finger of Fate è un buon esordio, un disco che fa compagnia e che, nei suoi momenti migliori, sorprende e fa star bene.

Chain and the Gang – Best of Crime Rock (In the Red, 2017)

Sembra che abbia voluto prenderci un po’ per il culo, il vecchio Svenonius, rifilandoci il classico pacco da industria musicale alla frutta: una specie di best of travestito (non troppo dài, il titolo parla) da nuova uscita, una collezione di canzoni per lo più già edite, reincise per l’occasione con una formazione tutta nuova e un’inedita cura hi-fi in produzione. E invece no, semmai trattasi di pacco regalo, perché i pezzi suonano meglio qui che altrove e, spesso e volentieri, la nuova versione si presenta come “definitiva” (si ascoltino, a mo di esempio, le due versioni di What Is a Dollar). Svenonius regala performance vocali più efficaci e convincenti (si confrontino le due versioni di Deathbed Confession), la voce della bassista Anna Nasty fa da preziosissimo contrappunto, i riff e gli assoli che sgorgano dalle dita di Francy Z. Graham sono più “presenti” e fanno più male, il battito della sezione ritmica rasenta la perfezione e l’organo (courtesy of Mark Cisneros, che aveva già prestato pregevole servizio alla corte di Kid Congo, per “La Araña Es La Vida”, ndr) ci fa una figura che definirla porca pare un eufemismo. Altro?

A voler parlare per generi, siamo sulle coordinate ormai classiche della discografia dei Chain & the Gang: soul, garage rock e rock’n’roll a grandinate. Gli ingredienti di cui sopra e una diversa mescola, però, donano all’album un’energia e un groove che non erano umanamente prevedibili.

Se non ho fatto male i calcoli, ci sono pure tre inediti – The Logic of Night, I See Progress e Come Over –, che ben si integrano coi vecchi pezzi rimaneggiati e vanno a completare un bel disco, il quale finisce per rappresentare la miglior uscita di sempre a nome Chain & the Gang (sospendo però cautelativamente il giudizio, perché per fine settembre è attesa l’uscita di un altro album, “Experimental Music”).

E dunque: se il nome Chain & the Gang non vi dice nulla, questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza (se non vi dice nulla quello di Svenonius, be’, la questione è più complicata…). Se avete fatto indigestione dei dischi precedenti, “Best of Crime Rock” è un ottimo grappino per digerirli a dovere.

Dead Moon – What a Way to See the Old Girl Go (Voodoo Doughnut, 2017)

frontUn nuovo live dei Dead Moon nel quale tuffarsi a candela. La data registrata su disco (e ancora prima su 8 tracce) è quella del 16 agosto 1994. L’occasione dello show, la chiusura dello storico club all-ages X-Ray Cafe di Portland, palestra di tanti celebrati artisti della prolifica cittadina del Pacific Northwest (Quasi, The Dandy Warhols e Elliott Smith sono passati ripetutamente dal palco di questo piccolo caffè).

Grazie alla Voodoo Doughnut Recordings, che pubblica l’album come volume 6 della serie “Tales from the Grease Trap” (live di archivio della Portland degli anni Novanta), ci è data l’occasione di ascoltare i Dead Moon presi in uno dei loro periodi d’oro (cioè sempre). L’anno è quello di “Crack in the System”, dal quale vengono prelevate Poor Born, Cast Will Change, It’s OK e Killing Me. Altro disco saccheggiato è lo splendido “Unknown Passage” (1989), che porta in dote Demona, 54/40 or Fight e Time Has Come Today . La furia è quella grezza e nature che ce li ha fatti (e continua a farceli) tanto amare, la passione è palpabile, l’elettricità in grado di spostare correnti d’aria calda; la registrazione è ottima, mix e mastering sono curati da Mr. Don Fury e non vedo ragione alcuna per cui dovreste privarvi di questo gioiellino.

Tracklist:

  1. Poor Born
  2. Demona
  3. Cast Will Change
  4. It’s OK
  5. Walking on My Grave
  6. 54/40 or Fight
  7. Killing Me
  8. Running Out of Time
  9. Out in the Blue
  10. Time Has Come Today

Il nuovo disco di Micah P. Hinson e due tracce da ascoltare

Micah P. Hinson presents The Holy Strangers, la monumentale «moderna opera folk» annunciata durante il recente tour italiano (la data al Monk è stata, per il sottoscritto, uno degli eventi da ricordare di questo infame 2017), uscirà l’8 settembre su Full Time Hobby.

The Holy Strangers, che si presenta con una bella cover raffigurante il nostro, è un concept album lungo un’ora che racconta la storia di una famiglia in tempo di guerra, attraversando tutte le fasi e i “luoghi” della vita, dalla nascita all’innamoramento, al matrimonio e ai figli, fino al tragico epilogo dei tradimenti, della guerra, dell’omicidio e del suicidio.

Mentre attendiamo ansiosi e speranzosi possiamo ascoltare le due tracce che il buon Micah P. gentilmente ci concede, la cashiana Lover’s Lane e l’oscuro battito folk The Years Tire On, che vi presento qua sotto nella loro magnificente bellezza.

Il disco è già pre-ordinabile sul sito dell’etichetta nelle sue due versioni, CD + libro e doppio LP + libro (quattordici tracce entrambi). The Holy Strangers uscirà successivamente in una versione digitale ampliata a ventiquattro tracce.

Enjoy.

Archie and The Bunkers – “You’re My Pacemaker”: il nuovo video + le date del tour europeo

La buona novella è che il prossimo autunno potremo gustarci un nuovo album di Archie and The Bunkers, il giovanissimo duo di Cleveland che un paio d’anni fa ha fatto saltare sulle sedie tutta l’intellighènzia garage-punk internazionale con un ottimo disco d’esordio su Dirty Water. Dodici pezzi di 60’s punk arrogante e anfetaminico, incredibilmente contagioso, sputati fuori coi nervi a fior di pelle e lo scarno aiuto di un organo e una batteria: una roba di fronte alla quale – sul serio, mica balle! – il culo non risponde più ai comandi.

L’autunno è lontano, ma per fortuna i Nostri hanno deciso di darci un assaggino di quel che ci aspetta pubblicando il videoclip di You’re My Pacemaker, che trovate qua sotto.

Il duo delle meraviglie sta per partire per un generoso tour europeo che comprende ben quattro date in Italia, perché lasciarseli sfuggire?

 

European Tour Dates

08/06/17 – FR – Rouen – Le 106
09/06/17 – FR – Bordeaux – Relâche Festival
10/06/17 – FR – Nîmes – This Is Not A Love Song Festival
12/06/17 – PORTUGAL – Porto – Cave 45
13/06/17 – SPAIN – Sevilla – Sala X
14/06/17 – PORTUGAL – Lisbon – Club Sabotage
15/06/17 – SPAIN – Madrid – Wurlitzer Ballroom
16/06/17 – SPAIN – Alicante – Stereo
17/06/17 – SPAIN – Zaragoza – Slap Festival
20/06/17 – FR – Rennes – Le Bar de la Cité
21/06/17 – FR – Nantes – Chien Stupide
22/06/17 – FR – Paris – Mécanique Ondulatoire
23/06/17 – FR – Redange – Cry Baby Car Show
24/06/17 – NL – Groningen – Vera
25/06/17 – NL – Utrecht – DB’s
27/06/17 – GERMANY – Hamburg – Hafenklang
28/06/17 – GERMANY – Munster – Gleiss 22
29/06/17 – CH – TBA
30/06/17 – ITALY – Salsomaggiore – Beat Festival
01/07/17 – ITALY – Ravenna – Hana Bi
02/07/17 – ITALY – Perrugia – T. Trane
05/07/17 – ITALY – Torino – Blah Blah Club
06/07/17 – FR – Belfort – Eurockéennes Festival
07/07/17 – TBA
08/07/17 – NL – Helmond – Cocoa

The Buttertones – Gravedigging (Innovative Leisure, 2017)

Mi sono piombati a casa senza che li avessi invitati e si son rapiti le casse del mio povero portatile, obbligandole a suonare per un cazzo di mese intero questa seducente opera da bassifondi nella quale convivono Gun Club, (la funambolica chitarra di)Dick Dale, Birthday Party, Cramps, Sonics e fogne garage rock’n’roll a piacere vostro. Blues con il punk nel culo, psichedelia nera come la pece, rifferama surf in gradevole scioltezza, sax saltellanti o ondeggianti, bordate psychobilly, ballate assassine, e una bella voce blues, tenebrosa e isterica, debitrice dell’ugola del compianto Jeffrey Lee Pierce. Piatto forte e ingredienti ben dosati.

La musica dei Buttertones vive immersa fino al midollo in un’atmosfera cinematografica che richiama alla mente le colonne sonore firmate Morricone o quelle dei film di Tarantino e non degna mai, neanche per scherzo, di uno sguardo compiacente. Alla fine della corsa, la sensazione è quella di aver ascoltato un racconto noir in formato rock’n’roll.

Inutile (e forse pure pericoloso, «metti che volano») mettersi a sondare le ragioni di un disco che si porta addosso le succitate stigmate (ma se volete saperne di più, qui i Nostri spiegano TUTTO); e pure inutile è cercare di intravedere un suo possibile percorso commerciale in un panorama musicale dominato dal pop mainstream in cerca di credibilità indie, sciatto e accomodante. Meglio limitarsi a far scorrere la puntina sugli undici pezzi che compongono Gravedigging e lasciarsi trasportare da questa intrigante e subdola vecchia onda nera. Il viaggio sarà appagante anzichennò.

Potrei pure chiuderla qui, perché di roba buona ce n’è davvero in eccesso e in questi casi è sempre meglio ascoltarla che farsela raccontare, ma volendo segnalare a tutti i costi una manciata di pezzi da spedire nel futuro, direi senza esitare la crampsiana Two-Headed Shark, la murder ballad tarantolata Sadie’s A Sadist, il valzer schizofrenico di Matador e l’appiccicosissimo surf rock oscuro di Tears for Rosie.

Meat Wave – The Incessant (Big Scary Monsters/Side One Dummy, 2017)

Cotto e mangiato in poco più di mezz’ora, registrato come Steve (Albini) comanda, suonato come se fosse l’ultima cosa rimasta da fare prima che l’apocalisse intervenga a spazzar via quel che rimane, grigio come questa infame decade perdida e rosso di rabbia come l’orizzonte. Questa la breve sinossi del terzo album dei Meat Wave, trio di Chicago che corre a perdifiato sulla strada già spianata da numerose e celebrate band post-hardcore, noise rock e affini.

Se ascoltate con attenzione e un pizzico di pedanteria, scorgerete suoni e colori che rimandano a Wipers (vi consiglio di recuperare la loro cover di Mystery, sull’EP Brother), Nirvana, Mission of Burma e, soprattutto, Hot Snakes. Il consiglio, però, è quello di tenere a freno la fredda volontà classificatrice e lasciarvi trascinare da questi dodici pezzi di post-punk furioso e catartico.

Dentro The Incessant c’è tutto quello che si può desiderare, oggi 2017, da un buon disco punk. C’è una traccia d’apertura da annali del post-hardcore (To Be Swayed), un pizzico di pura rabbia hardcore rumorista (Mask) che morde e fugge in cinquanta secondi, schizzi di indie rock chitarristico grigio, emozionale e travolgente (Run You Out, No Light), riff motorik che costruiscono edifici al limite tra noise e post-hardcore (Leopard Print Jet Sky), sfuriate noise-art-punk (Bad Man) e, come se non bastasse, c’è The Incessant, title-track, singolino e grandissimo pezzo da fazzoletto rosso al collo e pugni al cielo, che cattura tempozero con quel suo incessante (ahem…) incedere e la sua rabbia magnetica e liberatoria.

Il terzo album, dice l’adagio, dovrebbe essere quello difficile, ma i Meat Wave se ne fottono e se ne escono piuttosto facilmente con un disco quadrato e a fuoco, teso come una corda di violino e in equilibrio sempre un po’ precario tra introversione e barricate. Direi (8).

Dirty Fences – First EP plus Two Xtra Songs (Dirty Water, 2017)

9. coverI Dirty Fences si formano a Boston nel 2009 dall’incontro fortuito di quattro anime dannate con il chiodo fisso per certo rock’n’roll sporco e veloce (Mötley Crüe, Kiss, Ramones e Dictators, affermano loro).

Il risultato di questa collisione è un garage punk’n’roll dalle leggere tinte glam, che spesso e volentieri prende le forme di un pop-punk grezzo e ubriaco che deve molto alla lezione dei più famosi fratellini newyorkesi (senza però suonare come una loro brutta copia carbone). Tutto questo lo trovate ben condensato nel loro secondo album, Full Tramp (Slovenly, 2015), da recuperare e mettere nell’elenco delle cose più divertenti uscite in questa decade.

Quello che di cui si parla in codesto articolino, invece, non è nient’altro che il loro primo EP (uscito nel 2012 per Volcom Entertainment), riedito da Dirty Water con l’aggiunta di due nuove tracce provenienti da sessioni di registrazione successive alla fine del tour di supporto di Full Tramp.  Per forza di cose, quindi, non c’è omogeneità tra i brani dell’esordio e i nuovi, di quattro anni più tardi, e il disco parrebbe interessare in prospettiva storica, per chi voglia farsi un’idea dell’evoluzione artistica della band. Dico “parrebbe” non a caso, perché i pezzi che lo compongono sono talmente freschi e divertenti che ogni altra considerazione finisce per andare bellamente a farsi fottere già al secondo giro di vinile.

Per quanto riguarda l’EP originale, il suono si concentra sull’asse Dictators/Ramones, con qualche scivolone dalle parti dei Motorhead più spudoratamente rock’n’roll. Passerei l’evidenziatore sulle trascinanti Keep Your Kitten Inside e 1000, che hanno le fattezze di storici inni punk da cantare in coro, East Gun Hill, un pop-punk’n’roll da manuale che avrebbe fatto impazzire Lemmy e potrebbe insegnare qualcosa al CJ post-Ramones, e infine Sid, la vera chicca, un glam-rock’n’roll spinto da un propulsivo riffare ramonesiano che manda in tilt il cervello.

I due pezzi nuovi (2×2 e Sell Your Truth) accentuano le movenze power-pop, poggiando il piede sul freno e “accarezzando” il dolce incedere con del buon vetriolo garage-punk. Dei Ramones rimangono il one-two-three-four e l’amore per le melodie surf; il suono è più ruvido e meno compresso e la scrittura più personale. Le canzoni, infine, ne escono fuori come pezzi grezzi e insolenti di un colorato mosaico 60s (pop)punk, appiccicose come la marmellata sulla fetta imburrata che cade sul pavimento dalla parte sbagliata (fottuto Murphy!). E questo, come capirete da soli, è un cazzo di buon segno. (8)

The Wheel, la cassettina | #cassettine #loudnotes

Ed ecco una nuova cassettina di musica fresca fresca per palati d’amianto. Meno ruvida dell’EP Rasoio, per carità, ma sempre col motore su di giri.

Banalmente, s’intitola The Wheel perché c’erano ben tre canzoni con questa parola nel titolo.

Si parte con due pezzoni (Beyond the Wheel e Flower) tratti dal disco dell’anno: la riedizione su Sub Pop di Ultramega OK, l’LP d’esordio dei Soundgarden uscito in origine nel 1988 per la SST, rivestito per l’occasione dei panni più caldi, spessi e ruvidi del nuovo mix di sua maestà “Il Grunge”, Jack Endino (a correggere il vecchio mix che aveva un po’ scolorito e inibito la potenza delle canzoni). Sì va be’, non è proprio musica nuova, ma al cuor non si comanda e comunque ecco, ascoltatelo e ditemi se non vi sembra nuovo.

Per il resto, The Wheel contiene solo musica uscita per la prima volta quest’anno, ovvero: il singolo apripista di Why Love Now, quinto scostumato e corrosivo album dei Pissed Jeans, prodotto da Lydia Lunch (per chi non avesse ancora carpito il sarcasmo dei Nostri e si stesse chiedendo cosa diavolo c’entra Lunch con questi quattro cazzoni, consiglio questo articolo); Stick in the Wheel, secondo pezzo tratto dall’incazzatissimo noise album degli GNOD, in uscita a fine mese su Rocket Recordings; Ground Control, il gradito ritorno, dopo ben diciassette anni, dei Boss Hog di Cristina Martinez e Jon Spencer. Poco più giù c’è Leaning on a Wheel, un bellissimo pezzo tratto da A Hairshirt of Purpose, sesto album dei Pile (il segreto meglio custodito dell’indie rock di estrazione post-hardcore), in uscita pure lui a fine mese, ma su Exploding In Sound; a chiudere la zona well-known o quasi c’è Dr. Feelgood Falls Off the Ocean, l’ennesimo singolo grezzo e appiccicoso che apre l’ennesimo album (August By Cake, un disco doppio contenente ben 32 pezzi…) dei Guided By Voices, il centesimo disco sul quale ha messo le mani sir Robert Pollard.

Chiudono la cassetttina due perfetti sconosciuti (almeno per il sottoscritto): i Mountain Movers, che mi si presentano con Angels Don’t Worry, una deliziosa jam pop psichedelica dal retrogusto noise. Il loro (quarto?) album omonimo uscirà il 5 maggio per i tipi della Trouble In Mind. E infine quella che a me è sembrata LA vera chicca: loro sono i Dead Sea Apes e questa Tentacles (The Machine Rolls On) è una strana creatura dub psichedelica che mette l’acquolina in bocca. Sixth Side of the Pentagon, loro ottava fatica (!), uscirà il 3 aprile per Cardinal Fuzz.

E qui la chiudo io. Buon ascolto.