Dead Moon – What a Way to See the Old Girl Go (Voodoo Doughnut, 2017)

frontUn nuovo live dei Dead Moon nel quale tuffarsi a candela. La data registrata su disco (e ancora prima su 8 tracce) è quella del 16 agosto 1994. L’occasione dello show, la chiusura dello storico club all-ages X-Ray Cafe di Portland, palestra di tanti celebrati artisti della prolifica cittadina del Pacific Northwest (Quasi, The Dandy Warhols e Elliott Smith sono passati ripetutamente dal palco di questo piccolo caffè).

Grazie alla Voodoo Doughnut Recordings, che pubblica l’album come volume 6 della serie “Tales from the Grease Trap” (live di archivio della Portland degli anni Novanta), ci è data l’occasione di ascoltare i Dead Moon presi in uno dei loro periodi d’oro (cioè sempre). L’anno è quello di “Crack in the System”, dal quale vengono prelevate Poor Born, Cast Will Change, It’s OK e Killing Me. Altro disco saccheggiato è lo splendido “Unknown Passage” (1989), che porta in dote Demona, 54/40 or Fight e Time Has Come Today . La furia è quella grezza e nature che ce li ha fatti (e continua a farceli) tanto amare, la passione è palpabile, l’elettricità in grado di spostare correnti d’aria calda; la registrazione è ottima, mix e mastering sono curati da Mr. Don Fury e non vedo ragione alcuna per cui dovreste privarvi di questo gioiellino.

Tracklist:

  1. Poor Born
  2. Demona
  3. Cast Will Change
  4. It’s OK
  5. Walking on My Grave
  6. 54/40 or Fight
  7. Killing Me
  8. Running Out of Time
  9. Out in the Blue
  10. Time Has Come Today

The Buttertones – Gravedigging (Innovative Leisure, 2017)

Mi sono piombati a casa senza che li avessi invitati e si son rapiti le casse del mio povero portatile, obbligandole a suonare per un cazzo di mese intero questa seducente opera da bassifondi nella quale convivono Gun Club, (la funambolica chitarra di)Dick Dale, Birthday Party, Cramps, Sonics e fogne garage rock’n’roll a piacere vostro. Blues con il punk nel culo, psichedelia nera come la pece, rifferama surf in gradevole scioltezza, sax saltellanti o ondeggianti, bordate psychobilly, ballate assassine, e una bella voce blues, tenebrosa e isterica, debitrice dell’ugola del compianto Jeffrey Lee Pierce. Piatto forte e ingredienti ben dosati.

La musica dei Buttertones vive immersa fino al midollo in un’atmosfera cinematografica che richiama alla mente le colonne sonore firmate Morricone o quelle dei film di Tarantino e non degna mai, neanche per scherzo, di uno sguardo compiacente. Alla fine della corsa, la sensazione è quella di aver ascoltato un racconto noir in formato rock’n’roll.

Inutile (e forse pure pericoloso, «metti che volano») mettersi a sondare le ragioni di un disco che si porta addosso le succitate stigmate (ma se volete saperne di più, qui i Nostri spiegano TUTTO); e pure inutile è cercare di intravedere un suo possibile percorso commerciale in un panorama musicale dominato dal pop mainstream in cerca di credibilità indie, sciatto e accomodante. Meglio limitarsi a far scorrere la puntina sugli undici pezzi che compongono Gravedigging e lasciarsi trasportare da questa intrigante e subdola vecchia onda nera. Il viaggio sarà appagante anzichennò.

Potrei pure chiuderla qui, perché di roba buona ce n’è davvero in eccesso e in questi casi è sempre meglio ascoltarla che farsela raccontare, ma volendo segnalare a tutti i costi una manciata di pezzi da spedire nel futuro, direi senza esitare la crampsiana Two-Headed Shark, la murder ballad tarantolata Sadie’s A Sadist, il valzer schizofrenico di Matador e l’appiccicosissimo surf rock oscuro di Tears for Rosie.

Butthole Surfers – Locust Abortion Technician (Touch & Go/Blast First, 1987)

butthole-surfers-Locust-Abortion-TechnicianIn una classifica ideale dei dischi più folli della storia del rock, Locust Abortion Technician dei “Surfisti del buco del culo” si piazzerebbe senz’altro in zona podio, potete scommetterci la dignità.

(In barba all’adagio secondo il quale «l’abito non fa il monaco», i due ridenti pagliacci con cane-pagliaccio che campeggiano sulla bella cover realizzata dall’artista Arthur Sarnoff anticipano in maniera egregia i contenuti del disco).

Ma non è solo la follia a fare del terzo album del combo texano, registrato e autoprodotto in una casa affittata a Winterville, GA e pubblicato da Touch & Go e Blast First nel marzo del lontano 1987, un disco straordinario. Perché si sa (e se non lo sapete potete sempre immaginarvelo, o ascoltarvi l’intera discografia di Frank Zappa), la storia della musica popolare pullula di dischi completamente fuori di melone e in genere, in questi casi, la linea di confine che separa la merda inascoltabile dal capolavoro assoluto è sottile e lurida come carta moschicida.
Se Locust Abortion Technician riesce a piazzarsi dal lato giusto della succitata linea, lo deve piuttosto a una mistura originale ed effervescente di teatralità zappiana, oscurità sabbathiana (la traccia di apertura Sweet Loaf è costruita sul riff di Sweet Leaf), sludge, acid rock, demente furia ramonesiana e noise. Ispirata da un affatto lucido approccio dada, filtrato da copiose dosi di alcool e LSD (per approfondire i retroscena della registrazione del disco vi consiglio questa intervista a Paul Leary).

Urticante e per nulla incline al compromesso, indisposto a concedere alcunché in termini di orecchiabilità, Locust Abortion Technician procede a testa bassa nel suo assurdo trip acido attraverso generi musicali apparentemente inconciliabili, spiazzando persino l’ascoltatore più abituato a stranezze d’ogni sorta.

Alla fine della corsa, dopo aver sguazzato nella melma rock-blues acida di Pittsburg To Lebanon, aver cavalcato il pop-punk recalcitrante di Human Cannonball, essersi violentati le orecchie con il noise-sludge-wave e le urla strazianti di USSA, aver attraversato non proprio indenni il non-so-cosa metallico di The O-Men, essersi fatti del male col testo e il riff tagliente di 22 Going on 23, uno sludge rock che fa da colonna sonora a una conversazione telefonica (si tratta della testimonianza radiofonica di una donna vittima di molestie sessuali, NdR); ecco, dopo aver guadato questo fiume in piena, si esce fuori divertiti e un po’ scioccati, con la sensazione di aver ascoltato qualcosa di VERAMENTE folle e visionario. E affiora un presentimento, quasi una convinzione: che sarà quantomeno difficile riuscire a imbattersi di nuovo in un disco di tal fattura (e fattanza), che sappia esprimere una tale commistione di generi e idee strampalate, facendole suonare tanto idiote ed eccitanti. (9)

Meat Wave – The Incessant (Big Scary Monsters/Side One Dummy, 2017)

Cotto e mangiato in poco più di mezz’ora, registrato come Steve (Albini) comanda, suonato come se fosse l’ultima cosa rimasta da fare prima che l’apocalisse intervenga a spazzar via quel che rimane, grigio come questa infame decade perdida e rosso di rabbia come l’orizzonte. Questa la breve sinossi del terzo album dei Meat Wave, trio di Chicago che corre a perdifiato sulla strada già spianata da numerose e celebrate band post-hardcore, noise rock e affini.

Se ascoltate con attenzione e un pizzico di pedanteria, scorgerete suoni e colori che rimandano a Wipers (vi consiglio di recuperare la loro cover di Mystery, sull’EP Brother), Nirvana, Mission of Burma e, soprattutto, Hot Snakes. Il consiglio, però, è quello di tenere a freno la fredda volontà classificatrice e lasciarvi trascinare da questi dodici pezzi di post-punk furioso e catartico.

Dentro The Incessant c’è tutto quello che si può desiderare, oggi 2017, da un buon disco punk. C’è una traccia d’apertura da annali del post-hardcore (To Be Swayed), un pizzico di pura rabbia hardcore rumorista (Mask) che morde e fugge in cinquanta secondi, schizzi di indie rock chitarristico grigio, emozionale e travolgente (Run You Out, No Light), riff motorik che costruiscono edifici al limite tra noise e post-hardcore (Leopard Print Jet Sky), sfuriate noise-art-punk (Bad Man) e, come se non bastasse, c’è The Incessant, title-track, singolino e grandissimo pezzo da fazzoletto rosso al collo e pugni al cielo, che cattura tempozero con quel suo incessante (ahem…) incedere e la sua rabbia magnetica e liberatoria.

Il terzo album, dice l’adagio, dovrebbe essere quello difficile, ma i Meat Wave se ne fottono e se ne escono piuttosto facilmente con un disco quadrato e a fuoco, teso come una corda di violino e in equilibrio sempre un po’ precario tra introversione e barricate. Direi (8).

Dirty Fences – First EP plus Two Xtra Songs (Dirty Water, 2017)

9. coverI Dirty Fences si formano a Boston nel 2009 dall’incontro fortuito di quattro anime dannate con il chiodo fisso per certo rock’n’roll sporco e veloce (Mötley Crüe, Kiss, Ramones e Dictators, affermano loro).

Il risultato di questa collisione è un garage punk’n’roll dalle leggere tinte glam, che spesso e volentieri prende le forme di un pop-punk grezzo e ubriaco che deve molto alla lezione dei più famosi fratellini newyorkesi (senza però suonare come una loro brutta copia carbone). Tutto questo lo trovate ben condensato nel loro secondo album, Full Tramp (Slovenly, 2015), da recuperare e mettere nell’elenco delle cose più divertenti uscite in questa decade.

Quello che di cui si parla in codesto articolino, invece, non è nient’altro che il loro primo EP (uscito nel 2012 per Volcom Entertainment), riedito da Dirty Water con l’aggiunta di due nuove tracce provenienti da sessioni di registrazione successive alla fine del tour di supporto di Full Tramp.  Per forza di cose, quindi, non c’è omogeneità tra i brani dell’esordio e i nuovi, di quattro anni più tardi, e il disco parrebbe interessare in prospettiva storica, per chi voglia farsi un’idea dell’evoluzione artistica della band. Dico “parrebbe” non a caso, perché i pezzi che lo compongono sono talmente freschi e divertenti che ogni altra considerazione finisce per andare bellamente a farsi fottere già al secondo giro di vinile.

Per quanto riguarda l’EP originale, il suono si concentra sull’asse Dictators/Ramones, con qualche scivolone dalle parti dei Motorhead più spudoratamente rock’n’roll. Passerei l’evidenziatore sulle trascinanti Keep Your Kitten Inside e 1000, che hanno le fattezze di storici inni punk da cantare in coro, East Gun Hill, un pop-punk’n’roll da manuale che avrebbe fatto impazzire Lemmy e potrebbe insegnare qualcosa al CJ post-Ramones, e infine Sid, la vera chicca, un glam-rock’n’roll spinto da un propulsivo riffare ramonesiano che manda in tilt il cervello.

I due pezzi nuovi (2×2 e Sell Your Truth) accentuano le movenze power-pop, poggiando il piede sul freno e “accarezzando” il dolce incedere con del buon vetriolo garage-punk. Dei Ramones rimangono il one-two-three-four e l’amore per le melodie surf; il suono è più ruvido e meno compresso e la scrittura più personale. Le canzoni, infine, ne escono fuori come pezzi grezzi e insolenti di un colorato mosaico 60s (pop)punk, appiccicose come la marmellata sulla fetta imburrata che cade sul pavimento dalla parte sbagliata (fottuto Murphy!). E questo, come capirete da soli, è un cazzo di buon segno. (8)

Avec le soleil sortant de sa bouche – Pas pire pop [I Love You So Much] (Constellation, 2017)

6308264A volte, mentre sono lì a farmi devastare le palle dall’ennesimo disco revival di qualcosa, mi piglia una voglia irresistibile di musica nuova e (a me) sconosciuta e allora mi metto a spulciare siti e sitarelli alla ricerca di… qualcosa, che poi il più delle volte manco io so veramente cosa. È più o meno così che sono finito a mettere le mani su una band che si chiama come un disco di Serge Gainsbourg.

Gli Avec le soleil sortant de sa bouche vengono da Montréal e con Gainsbourg, per la verità, hanno davvero poco a che spartire (la lingua madre, a occhio). Quello che esce dai solchi di Pas pire pop [I ❤ So Much] (e che sta accompagnando le mie immersioni nel lavoro da quasi due mesi) è, invece, un densissimo, funkissimo post-rock di inclinazioni psichedelico-germaniche, spruzzato di elettronica minimale e ritmi che mettono fuoco al culo.

Una notevole opera di costruzione e decostruzione della psiche basata sul ritmo, per l’appunto, che fa battere i piedi e muovere le chiappe con irresistibili movenze funk tribali, ipnotizza con circolari riff di chitarra scampanellanti e sinuose linee di basso, distende con sulfuree divagazioni post-rock psichedeliche screziate da synth spumeggianti, e scatena la violenza con inaspettati attacchi post-hardcore/screamo/noise.

Lontanissimi echi di Fugazi, Can, Kraftwerk, Sonic Youth, The Ex e qualche funk band che non saprei nominare, svolazzano qua e là tra i pezzi (tre lunghissime tracce articolate in dieci canzoni distinte) donando all’ascolto un che di familiare e amico, ma non scivolando mai nel puro e semplice “già sentito”. Oserei persino dire che questo disco è la cosa più fottutamente originale che mi sia capitato di ascoltare da un bel po’ di tempo a questa parte.

Quella copertina, poi, non so bene per quale assurda connessione sinaptica (il giallo-nero che riporta la mente a Velvet Underground & Nico?), sembra quasi perfetta, la giusta rappresentazione di un disco psichedelico e – boh – cilindrico e una delle migliori viste quest’anno sin qui.

Quand’è così mi sa che ti sei innamorato, no?

(8)

ps: Pas pire pop [I ❤ So Much] è uscito per Constellation Records e lo trovate qui.

The Lucid Dream – Compulsion Songs (Holy Are You, 2016)

coverIn zona recupero dei dischi usciti l’anno scorso e colpevolmente snobbati, Compulsion Songs merita senz’altro un posto di rilievo. Ad averlo ascoltato prima, sarebbe pure finito nelle zone alte del listone, ma tant’è.

Per farmi perdonare la distrazione, ordunque, mi trovo costretto a dedicargli questi miei due pounds.

Tutto quel che so dei Lucid Dream è che vengono da Albione, da Carlisle (Cumbria) per l’esattezza. Che poi è lo stesso posto a me orribilmente sconosciuto che ha partorito i Kontiki Suite, per dire, e qui mi viene da pensare che su quella città tiri un vento particolare, ultimamente.

Quale che sia l’aria che tira e i traffici che occorrono a Carlisle, la psichedelia, quella più calda e solare (!), sembra farla da padrona e chissà che prima o poi questa scenetta non caghi il capolavoro.

I Lucid Dream ci sono andati vicino. Poco così.

Se l’apparenza dice grigio, la sostanza urla colore. E suggerisce piedi che pestano la dancehall fino a farla sanguinare. Compulsion Songs è una danza colorata e ipnotica, incredibilmente catartica: un meraviglioso blend di kraut rock, space rock, dub, noise, shoegaze e garage punk, ripulito delle parti più dure e poco digeribili da una buona vena melodica pop che ricorda gli Stone Roses, e finanche i New Order.

Ad aprire le danze – è proprio il caso di dirlo in questo caso – il meraviglioso kraut rock ballabile e spaziale di Bad Texan (qua sotto), cui segue un geniale folk-psych dalle forti tinte wave (Stormy Waters) che viaggia a ritmi da anfetamine. 21st Century, invece, riporta alla mente certe cose sfregiate di noise-punk dei conterranei Hookworms.

Ma il vero piatto forte del disco sta nelle due gemme I’m A Star in My Own Right e Epitaph. La prima è un curioso quanto eccitante incontro tra il roots dub scuola King Tubby (altezza Meets The Rockers Uptown) e certo space rock direzione shoegaze: una cosa di una bellezza assoluta. La seconda è una lunga cavalcata di undici minuti che si erge a pennellate di colore su un irresistibile beat dance motorik screziato di noise. Verso la metà del guado le chitarre si aggrovigliano, trascinando il pezzo in un vortice di rumore; poi, quando tutto sembra ormai perso in una vischiosa melma di distorsioni e voci che attraversano la galassia, la batteria riporta tutto sulla terra spingendo la velocità del metronomo oltre il consentito e innescando un’esplosione di schietta rabbia punk, che presto rifluisce nel motivo ballabile che aveva aperto il pezzo. Epica.

La produzione è eccellente e contribuisce non poco a fare di Compulsion Songs una delle cose migliori (in assoluto) ascoltate ultimamente. (8,5) più che meritato.

The Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros., 2017)

coverPrimo ascolto: ma vaffanculo Wayne, tu e le tue bislacche sparate freak del cazzo!

Secondo ascolto: Oczy Mlody è un album cremoso, e non ho ancora capito se è una cosa buona oppure no…

Terzo ascolto: si son fatti le seghe a circoletto manipolando suoni a caso, però dài, sotto sotto, ripulendolo di inutili orpelli di produzione e suoni elettronici messi lì a cazzo di cane, qualche pezzo buono lo si trova. Vediamo un po’… How??, There Should Be Unicorns, Sunrise (Eyes of the Young) e The Castle mi pare, giusto? Piccole gemme di psichedelia pop dalla melodia irresistibile.

Quarto ascolto: sì certo, però non è che un disco possa reggersi solo su qualche melodia, per quanto irresistibile. ‘Sto disco qua, alla fin fine, è poco più che un oceano di bozze-di-canzoni-pop, o abbozzi-di-idee-per-canzoni-pop nel peggiore e più diffuso dei casi…

Quinto ascolto: vaffanculo Wayne, di cuore.

Il quinto ascolto, in realtà, non s’è mai concluso; ogni volta che la playlist del 2017 scende in “zona Flaming Lips” una voce da dentro mi urla «stoppa tutto e metti qualcos’altro Leo, presto!».

Un voto? 5, di incoraggiamento. Son giovani… LMV!

Kontiki Suite – The Greatest Show On Earth (Sunstone, 2015)

coverIeri sera mi ero perso in un bad trip inflittomi da uno di quegli oscuri e inutili dischi di drone e psychedelic rock che non ho ancora ben capito perché mi ostini ad ascoltare, quando a un certo punto – boom! – è tornata LA LUCE e i contorni delle cose sono cambiati.

Arrivato a metà del disco (Smoke Beach degli argentini Kill West, per la cronaca) ho gettato la spugna, l’ho fermato, gettato con stizza nel cestino e sono saltato a piè pari e speranzoso al disco successivo della mia digitale cassettina psichedelica. Il caso (ma sarebbe più veritiero dire «l’ordine alfabetico») ha voluto che lì ad aspettarmi ci fosse The Greatest Show On Earth, dei Kontiki Suite, secondo lavoro della band di Carlisle. Un disco ancora sconosciuto alle mie orecchie, che con il suo pop psichedelico dalle tinte folk e country rock ha decisamente cambiato il volto alla serata, tirandomi fuori di peso dal bad trip e riportandomi il sorriso sulle labbra.

E mi sono rimesso in viaggio. Un viaggio dolce, questa volta, attraverso paesaggi caldi e assolati, accarezzati da una altrettanto dolce brezza estiva. Lo radio del quattro ruote mandava Byrds, Teenage Fanclub, Neil Young, Jayhawks: ondate di psichedelia rovente, ballate country rock, squillanti chitarre jangle e freschissime melodie pop si frantumavano sul parabrezza e tornavano a inondarmi gli occhi di colori cangianti. Finestrini giù, braccio sulla portiera, paglione in bocca e la strada che scorreva come un placido torrente sotto il movimento beato e beota dei pistoni…

Tornato in me, ho dichiarato guerra a un certo rock del cazzo che sperimenta alle mie spalle il modo migliore per frantumarmi i maroni e sono andato a letto felice.

Del viaggio ricordo con particolare piacere: Bring Our Empire Down, Under the Rug, Pages of My Mind e Burned.

Pill – Convenience (Mexican Summer, 2016)

a2005807613_10Giorni passati a cestinare dischi inutili, poi finalmente ne becco uno bello. O quantomeno interessante e promettente.

È un debutto. Ha una copertina sconveniente. È un po’ punk. La copertina, ma pure il contenuto. Punk come lo suonavano a New York verso la fine degli anni ’70-inizio ’80: no wave piena di spigoli rumorosi, chitarre glaciali e ritmi strambi. Ma non è tutto. C’è del (free)jazz, a volte, o quantomeno un sax, che a volte è arrogante e sgraziato, altre quasi dolce. Dolce come una fottuta pasticca colorata. C’è pure della psichedelia, ma potete anche scordarvi Frisco, o il deserto, o qualsiasi altra cosa che tradizionalmente associate al concetto. È psichedelia dei sobborghi e dei garage latrina: scostante.

Con le radici ben piantate nella tradizione underground newyorkese, i Pill si muovono orgogliosi e combattivi in un melting pot musicale fatto di fiammate di rumore e momenti di sospensione psichedelica, in una dialettica continua e feconda tra melodia e dissonanza. La verve polemica dei testi della cantante Veronica Torres, impregnati di femminismo e critica sociale, è quella d’altri tempi ma è adatta a questi tempi e terribilmente benvenuta. E Convenience è un’affermazione di forza e competenza rare. (7,5)