Lee Ranaldo dacci un po’ di noise

Ho passato la mattinata ad ascoltare il nuovo disco di Lee Ranaldo, “Electric Trim”. Su qualche pezzo (Uncle Skeleton, Circular (Right as Rain), Electric Trim) sono tornato più volte, su altri sono inciampato e ho proseguito oltre. In generale posso dire che mi è piaciuto; per alcuni versi anche più del precedente, per altri no. Mi è piaciuto perché Lee mostra di essere fine songwriter ma anche e sempre avventuroso sperimentatore; ti regala canzoni che potrebbero essere delle semplici ballate, ma poi ci piazza quel qualcosa che ti costringe a stare attento, a cercare di capire dove cazzo voglia andare a parare. E questo è bello, innegabilmente, anche se a volte non lo capisci neanche a bastonate (e in questo “Between the Times and the Tides” è superiore, nella sua scultorea coerenza). E poi c’è questo, che dopo un paio di ascolti del suo nuovo LP ho sentito il richiamo del minatore e mi sono messo a scavare la rete per tirar giù i suoi vecchi lavori, e la mattinata si è chiusa sul suo secondo album, “Scriptures of the Golden Eternity”, un baccanale di drone, ansiogeni schizzi di spoken word e ondate di noise chitarristico. Timpani e cuore in estasi (o quasi) e la voglia di farmi male ascoltando tutta la sua discografia da rumoroso sperimentatore dal primo all’ultimo album, senza pause. E boh, allora forse devo ammettere che qualcosa non è andato come doveva tra me e “Electric Trim”, o forse è solo il fatto che mi mancano terribilmente i Sonic Youth, chissà…

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The Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros., 2017)

coverPrimo ascolto: ma vaffanculo Wayne, tu e le tue bislacche sparate freak del cazzo!

Secondo ascolto: Oczy Mlody è un album cremoso, e non ho ancora capito se è una cosa buona oppure no…

Terzo ascolto: si son fatti le seghe a circoletto manipolando suoni a caso, però dài, sotto sotto, ripulendolo di inutili orpelli di produzione e suoni elettronici messi lì a cazzo di cane, qualche pezzo buono lo si trova. Vediamo un po’… How??, There Should Be Unicorns, Sunrise (Eyes of the Young) e The Castle mi pare, giusto? Piccole gemme di psichedelia pop dalla melodia irresistibile.

Quarto ascolto: sì certo, però non è che un disco possa reggersi solo su qualche melodia, per quanto irresistibile. ‘Sto disco qua, alla fin fine, è poco più che un oceano di bozze-di-canzoni-pop, o abbozzi-di-idee-per-canzoni-pop nel peggiore e più diffuso dei casi…

Quinto ascolto: vaffanculo Wayne, di cuore.

Il quinto ascolto, in realtà, non s’è mai concluso; ogni volta che la playlist del 2017 scende in “zona Flaming Lips” una voce da dentro mi urla «stoppa tutto e metti qualcos’altro Leo, presto!».

Un voto? 5, di incoraggiamento. Son giovani… LMV!

Moa Anbessa, ovvero dei miei viaggi con Getatchew Mekuria

getachew-mekuria-the-exIeri, un maledetto 4 aprile qualsiasi, se ne è andato all’età di 81 anni Getatchew Mekuria, grandissimo sassofonista etiope.

Ne so poco di Mekuria, per la verità, però c’è stato un periodo della mia vita (un periodo bello) in cui io e lui siamo stati grandissimi amici: così, quando ho letto della sua morte sulla pagina degli Ex, ho sentito il bisogno fisico di buttar giù due righe. Che non potevano prendere altra forma, rebus sic stantibus, se non quella di una breve storiella sul come e sul perché siamo diventati compagni inseparabili.

Mi imbattei in questo gigante del jazz africano dieci anni fa o giù di lì grazie a Moa Anbessa (Terp, 2006), primo frutto discografico del sodalizio artistico con gli Ex. Probabilmente andò nel modo per me piuttosto classico: ne lessi la recensione da qualche parte, ne fui incuriosito, lo scaricai, lo masterizzai e lo piazzai nel raccoglitore dei CD che tenevo in macchina. Punto. Non avevo ascoltato mai niente di anche lontanamente simile prima di allora, e mai avrei potuto immaginare che mi sarei innamorato di un disco così, un’opera lunghissima (per il sottoscritto un disco di sessanta minuti è lunghissimo, ebbene sì) che mescola post-punk, jazz africano, noise e musica popolare etiope. «Cristo, ma cos’è ‘sta merda?!», avrei risposto a chi mi avesse descritto un album del genere solo pochi anni prima.

getatchew mekuria - moa anbessaE invece andò così, mi rapì subito e lo amai profondamente: il calore e la libertà del sax di Mekuria, la ruvidezza delle chitarre, i sentori africani e quelli punk, la compattezza del suono e la sua leggerezza, la musica che si esalta ad ogni singola nota, tutto era ed è perfetto in quel disco. Persino le imperfezioni. Mi ci tuffai dentro, letteralmente, e ben presto divenne il piacevole compagno dei numerosi (e spesso solitari) viaggi in macchina con i quali, ai tempi, attraversavo il poetico tratto di Cassia che separa San Lorenzo Nuovo da Siena, facendo la spola tra la vita universitaria e qualche fine settimana al paesello.

Lo ascolto sempre molto volentieri, Moa Anbessa, e ogni qual volta partono le note di Ethiopia Hagere, Muiscawi Silt o Tezalegn Yetentu parte anche il filmino dei flashbacks nella mia testa, e mi vedo alla guida della vecchia Rover 200 verde mentre “sfreccio” sulla Cassia all’altezza di Bagno Vignoni o Buonconvento, mezzo stonato dalla musica e dai tranquillanti naturali. Una di quelle volte, un amico che faceva il viaggio con me (Riccardo) riconobbe l’album sfogliando il raccoglitore dei CD e ce lo ascoltammo insieme e fu una cazzo di gioia condividerlo con qualcuno!

[ascoltai ed amai così tanto quel disco che anni dopo, quando conobbi il ragazzo etiope che avrebbe frequentato con me il master in microfinanza a Bruxelles, non trovai niente di meglio da fare, per gettare un ponte e rompere il ghiaccio, che parlargli di Mekuria e di Moa Anbessa. Non aveva la più pallida idea di cosa stessi cianciando, per la cronaca, e ci rimasi come un perfetto coglione]

Fu così che Moa Anbessa divenne, per me, la storia di quei viaggi in quell’anno lì – il 2007, più intenso e generoso di tanti altri (nei miei flashbacks c’è sempre il sole!); ma fu anche, in retrospettiva, la storia di due incontri musicali definitivi. Quello con gli Ex, che avevo ascoltato poco e sempre distrattamente, e che da allora hanno scalato velocemente posizioni, attestandosi belli alti nel gruppo ristretto delle “band della vita”; e quello con il jazz, la cui presenza nei miei ascolti si sarebbe decisamente moltiplicata negli anni a venire. Ed è tutta colpa tua, nonno Getatchew. Mi mancherai.

Il mio piccolo tributo ai Ruts

RutsThe Peel Sessions Album dei Ruts (Strange Fruit, 1990) figura nel recente minestrone degli ascolti primavera-estate, e figurerebbe senza dubbio nella lista dei dischi che più ho ascoltato quest’anno, se solo ne avessi stilata una. Il loro unico album, The Crack (Virgin, 1979), ha trovato posto nella bacheca pinterest dei miei album preferiti di sempre.
E persino i Ruts stessi potrebbero finire in un’altrettanto ipotetica lista: quella dei compagni più fedeli. Così testardamente fedeli, i compagni, che proprio a loro ho finito per ispirarmi quando ho deciso di far ripartire Loud Notes, rinominandolo per l’appunto Loud Notes D.C. (dopo la morte per overdose del cantante Malcom Owen, avvenuta il 14 luglio 1980, i restanti tre membri della band – Paul Fox, Dave Ruffy e John Jennings – decisero di continuare a suonare, ma cambiando nome in Ruts D.C.; D.C. sta per “da capo”).

Capirete dunque la necessità intrinseca di questo post, e perdonerete di certo il mio essere schifosamente coinvolto in questa storia; e avrete infine, mi auguro, la buona grazia di cliccare su questo link e andarvi a leggere l’articolo di John Robb, “Remembering Malcolm Owen: The Ruts 30 Years On”. Così, per iniziare ad approfondire, you know?

rutsimagesmall2400Ma perché, ordunque, ‘sta fissa esagerata per i Ruts? Per un fottio di motivi my dears: perché sono stati molto probabilmente la miglior band della seconda ondata punk del Regno Unito (quella, per dire, di gente come Stiff Little Fingers, UK Subs, Crass, Sham 69, Angelic Upstarts, Newtown Neurotics) e il loro The Crack fa rima con imprescindibile, per non parlare poi dei singoli; perché sono stati capaci di mischiare in modo credibile punk e reggae, riuscendo a cogliere la portata rivoluzionaria di quella fratellanza controculturale, e perché l’unica altra band del “movimento” che è stata capace di farlo (e in questo caso di farlo per primi) sono stati i Clash, e i Clash, anche per questo, sono dio; perché erano realisti, rabbiosi, militanti, musicalmente dotati e originali, i migliori, ed è un peccato che Owen se ne sia andato così presto; perché i Fugazi ci hanno studiato su, e i Fugazi sono dio;punk_the-worst perché Something That I Said è stata (per puro caso) una delle prime canzoni punk a penetrare i miei pressoché vergini condotti uditivi, quando avevo appena quindici anni: stava ficcata in un’assurda compilation con copertina verde (Punk: The Worst of Total Anarchy, Disky 1995), font pistolsiano, lamette in bella vista, spilla da balia in dotazione e tracklist improponibile che avevo acquistato speranzoso sulla rivista di mailorder Top Ten; perché l’ho amata da subito quella cazzo di canzone, m’è entrata dentro, e quando poi ho acquistato il primo volume della compilation (il giallo; quello verde era il secondo, ma non stava scritto da nessuna parte; il terzo, blu, non l’ho mai acquistato) e c’ho trovato dentro Babylon’s Burning beh, è stato grande.

E quindi, per tutto ciò, era giusto e necessario che io pagassi il mio piccolo tributo ai Ruts. Ed è pure necessario che mi fermi qui, lasciandovi con la bella “cassettina” d’ordinanza.

Addio blogspot, benvenuto wordpress

Il vecchio Loud Notes, già fermo da qualche mese, ora è ufficialmente morto. Cioè, fucking dead. Resta online, per il momento, come archivio di quello che ho scritto tra il 2011 e il 2015, ma tutte le attività traslocano sul più indipendente, minimale e incazzato loudnotes d.c., quello che state fucking sfogliando.

Il perché del trasloco? 1) Ero stufo di blogspot, avevo voglia di cambiare aria e di iniziare ad affrancarmi da google (perché insomma, gmail, google plus, google drive, google maps, google calendar, manca solo il google cesso, la google moka e il google gattochefalefusa e siamo apposto); 2) Avevo voglia di tornare a scrivere, ma un cazzo di voglia di fare quello che avevo fatto fin qui e, quindi, mi sembrava giusto cambiare casa.

E insomma, rieccomi qua, ci vediamo a breve with a little bit of music.