The Lucid Dream – Compulsion Songs (Holy Are You, 2016)

coverIn zona recupero dei dischi usciti l’anno scorso e colpevolmente snobbati, Compulsion Songs merita senz’altro un posto di rilievo. Ad averlo ascoltato prima, sarebbe pure finito nelle zone alte del listone, ma tant’è.

Per farmi perdonare la distrazione, ordunque, mi trovo costretto a dedicargli questi miei due pounds.

Tutto quel che so dei Lucid Dream è che vengono da Albione, da Carlisle (Cumbria) per l’esattezza. Che poi è lo stesso posto a me orribilmente sconosciuto che ha partorito i Kontiki Suite, per dire, e qui mi viene da pensare che su quella città tiri un vento particolare, ultimamente.

Quale che sia l’aria che tira e i traffici che occorrono a Carlisle, la psichedelia, quella più calda e solare (!), sembra farla da padrona e chissà che prima o poi questa scenetta non caghi il capolavoro.

I Lucid Dream ci sono andati vicino. Poco così.

Se l’apparenza dice grigio, la sostanza urla colore. E suggerisce piedi che pestano la dancehall fino a farla sanguinare. Compulsion Songs è una danza colorata e ipnotica, incredibilmente catartica: un meraviglioso blend di kraut rock, space rock, dub, noise, shoegaze e garage punk, ripulito delle parti più dure e poco digeribili da una buona vena melodica pop che ricorda gli Stone Roses, e finanche i New Order.

Ad aprire le danze – è proprio il caso di dirlo in questo caso – il meraviglioso kraut rock ballabile e spaziale di Bad Texan (qua sotto), cui segue un geniale folk-psych dalle forti tinte wave (Stormy Waters) che viaggia a ritmi da anfetamine. 21st Century, invece, riporta alla mente certe cose sfregiate di noise-punk dei conterranei Hookworms.

Ma il vero piatto forte del disco sta nelle due gemme I’m A Star in My Own Right e Epitaph. La prima è un curioso quanto eccitante incontro tra il roots dub scuola King Tubby (altezza Meets The Rockers Uptown) e certo space rock direzione shoegaze: una cosa di una bellezza assoluta. La seconda è una lunga cavalcata di undici minuti che si erge a pennellate di colore su un irresistibile beat dance motorik screziato di noise. Verso la metà del guado le chitarre si aggrovigliano, trascinando il pezzo in un vortice di rumore; poi, quando tutto sembra ormai perso in una vischiosa melma di distorsioni e voci che attraversano la galassia, la batteria riporta tutto sulla terra spingendo la velocità del metronomo oltre il consentito e innescando un’esplosione di schietta rabbia punk, che presto rifluisce nel motivo ballabile che aveva aperto il pezzo. Epica.

La produzione è eccellente e contribuisce non poco a fare di Compulsion Songs una delle cose migliori (in assoluto) ascoltate ultimamente. (8,5) più che meritato.

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Kontiki Suite – The Greatest Show On Earth (Sunstone, 2015)

coverIeri sera mi ero perso in un bad trip inflittomi da uno di quegli oscuri e inutili dischi di drone e psychedelic rock che non ho ancora ben capito perché mi ostini ad ascoltare, quando a un certo punto – boom! – è tornata LA LUCE e i contorni delle cose sono cambiati.

Arrivato a metà del disco (Smoke Beach degli argentini Kill West, per la cronaca) ho gettato la spugna, l’ho fermato, gettato con stizza nel cestino e sono saltato a piè pari e speranzoso al disco successivo della mia digitale cassettina psichedelica. Il caso (ma sarebbe più veritiero dire «l’ordine alfabetico») ha voluto che lì ad aspettarmi ci fosse The Greatest Show On Earth, dei Kontiki Suite, secondo lavoro della band di Carlisle. Un disco ancora sconosciuto alle mie orecchie, che con il suo pop psichedelico dalle tinte folk e country rock ha decisamente cambiato il volto alla serata, tirandomi fuori di peso dal bad trip e riportandomi il sorriso sulle labbra.

E mi sono rimesso in viaggio. Un viaggio dolce, questa volta, attraverso paesaggi caldi e assolati, accarezzati da una altrettanto dolce brezza estiva. Lo radio del quattro ruote mandava Byrds, Teenage Fanclub, Neil Young, Jayhawks: ondate di psichedelia rovente, ballate country rock, squillanti chitarre jangle e freschissime melodie pop si frantumavano sul parabrezza e tornavano a inondarmi gli occhi di colori cangianti. Finestrini giù, braccio sulla portiera, paglione in bocca e la strada che scorreva come un placido torrente sotto il movimento beato e beota dei pistoni…

Tornato in me, ho dichiarato guerra a un certo rock del cazzo che sperimenta alle mie spalle il modo migliore per frantumarmi i maroni e sono andato a letto felice.

Del viaggio ricordo con particolare piacere: Bring Our Empire Down, Under the Rug, Pages of My Mind e Burned.