The Buttertones – Gravedigging (Innovative Leisure, 2017)

Mi sono piombati a casa senza che li avessi invitati e si son rapiti le casse del mio povero portatile, obbligandole a suonare per un cazzo di mese intero questa seducente opera da bassifondi nella quale convivono Gun Club, (la funambolica chitarra di)Dick Dale, Birthday Party, Cramps, Sonics e fogne garage rock’n’roll a piacere vostro. Blues con il punk nel culo, psichedelia nera come la pece, rifferama surf in gradevole scioltezza, sax saltellanti o ondeggianti, bordate psychobilly, ballate assassine, e una bella voce blues, tenebrosa e isterica, debitrice dell’ugola del compianto Jeffrey Lee Pierce. Piatto forte e ingredienti ben dosati.

La musica dei Buttertones vive immersa fino al midollo in un’atmosfera cinematografica che richiama alla mente le colonne sonore firmate Morricone o quelle dei film di Tarantino e non degna mai, neanche per scherzo, di uno sguardo compiacente. Alla fine della corsa, la sensazione è quella di aver ascoltato un racconto noir in formato rock’n’roll.

Inutile (e forse pure pericoloso, «metti che volano») mettersi a sondare le ragioni di un disco che si porta addosso le succitate stigmate (ma se volete saperne di più, qui i Nostri spiegano TUTTO); e pure inutile è cercare di intravedere un suo possibile percorso commerciale in un panorama musicale dominato dal pop mainstream in cerca di credibilità indie, sciatto e accomodante. Meglio limitarsi a far scorrere la puntina sugli undici pezzi che compongono Gravedigging e lasciarsi trasportare da questa intrigante e subdola vecchia onda nera. Il viaggio sarà appagante anzichennò.

Potrei pure chiuderla qui, perché di roba buona ce n’è davvero in eccesso e in questi casi è sempre meglio ascoltarla che farsela raccontare, ma volendo segnalare a tutti i costi una manciata di pezzi da spedire nel futuro, direi senza esitare la crampsiana Two-Headed Shark, la murder ballad tarantolata Sadie’s A Sadist, il valzer schizofrenico di Matador e l’appiccicosissimo surf rock oscuro di Tears for Rosie.

La gelida cassettina della domenica pomeriggio | #cassettine #loudnotes

È bastata qualche domenica pomeriggio di gennaio di quelle gelide e grigie, tutta divano, decompressione e rock’n’roll, per tornare a compilare le fantastiche cassettine da mettere sul blog. La cassettina in questione, che poi cassettina non è più essendo stata degradata al rango di misera playlist iutubica (Everyone’s Myxtape è ancora online ma tace), contiene i pezzi che più mi hanno scaldato, emozionato e divertito tra quelli usciti in questi primi scampoli di 2017.

C’è un po di punk (una spruzzatina di settantasette e due pizzichi di post), un po’ di psichedelia in diverse salse, noise rock, garare rock e persino un po’ di folk. E qualche scintilla di fiera attitudine “combat” (che nel caso degli Gnod è quasi incendio).

Una bella colonna sonora per questo presente infame bastardo.

Buon ascolto e buona domenica pomeriggio.

Tracklist:

  1. Cyanide Pills – Stop and Search
  2. Ty Segall – Break a Guitar
  3. Gnod – Bodies for Money
  4. Cristal Fairy – Cristal Fairy
  5. The Underground Youth – Amerika
  6. Moon Duo – Cold Fear
  7. Angel Olsen – Fly on Your Wall
  8. Wire – Short Elevated Period
  9. Chavez – The Bully Boys
  10. Meat Wave – The Incessant
  11. The Black Angels – Currency
  12. All Them Witches – Alabaster
  13. Mark Lanegand Band – Nocturne
  14. Julie’s Haircut – Salting Traces
  15. Bill Fay – Shame

Il meglio del 2016 – EP e singoli + live album

Ne ho letti e scritti fin troppi, di pipponi sulle classifiche di fine anno, quindi quest’anno (e così a seguire) ve lo risparmio. Alla fine, il tutto potrebbe essere così riassunto: a me piacciono, quindi le faccio. Statece.

Se avete tenuto le orecchie ben aperte, vi sarete accorti che il 2016 – così come gli anni che l’anno immediatamente preceduto del resto – è stato un buon anno per la musica popolare (a parte i morti ovviamente, ma quelli ci sono ogni anno e sono certo che avete notato). E anche per il rock’n’roll, checché se ne dica giù nelle fogne della critica mainstream o indie™. Meglio precisare.

Qui sotto (e soprattutto nel post dedicato agli album, che seguirà di qualche giorno), se vorrete ascoltare, c’è la mia umile testimonianza a corredo della tesi esposta sopra. Si inizia con le liste in ordine alfabetico di EP/singoli e live album. Vamos!

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King Gizzard and the Lizard Wizard – Nonagon Infinity (Flightless/Heavenly/ATO, 2016)

cover_Nonagon-InfinityI KGATLW sono uno di quei gruppi che non riesci a capire se puoi prendere sul serio oppure no. E questo è un buon segno, in generale.

I sette folletti australiani sono in giro da sei anni, durante i quali hanno sfornato album a un ritmo zappiano (questo è l’ottavo, per dire), sempre all’insegna di un garage rock psichedelico dai fortissimi connotati motorik-kraut.
Hanno alternato momenti da urlo a uscite da camicioni bianchi e psicofarmaci – quelle uscite che solitamente sono appannaggio dei grandi: come quando hanno deciso di aprire il loro terzo album (Float Along – Fill Your Lungs) con un pezzone (Head On/Pill) di quasi sedici minuti; o quando si sono divertiti a fare un disco (Quarters!) di pezzi tutti lunghi uguali, con il cronometro fisso e inebetito a 10’10”; o quando, infine, si sono messi ad esplorare, senza dire né aba, i territori del folk-pop (era solo l’anno scorso e il disco s’intitola Paper Mâché Dream Balloon).

E così giungiamo a LOL e grandi passi fino ad oggi, per cuccarci infine questo piccolo capolavoro. Nonagon Infinity è un po’ la summa estetica e musicale dei King Gizzard fin qui (meglio mettere le mani avanti in casi come questo), un loop di quaranta minuti che contiene garage punk, rock crauto e progressivo, smielate nenie psych-pop e immaginario sci-fi a palate. Nonagon Infinity opens the door. Un loop serio, che suona come la creazione di un androide strafatto. Nonagon Infinity opens the door. Un loop vero, che fai fatica a scindere in tracce, le quali appaiono come i frammenti di un’unica grande suite, con trame vocali e musicali che se ne vanno e poi tornano inavvertitamente a confondere (e a rendere piacevole) l’ascolto. Nonagon Infinity opens the door. Una suite con il fuoco dentro, un simpatico e satanico falò che brucia insaziabile trascinando con sé la mente e il corpo dell’inavvertito ascoltatore in un ballo catartico e liberatore. Nonagon Infinity opens the door. I testi sono incomprensibili, ma forse un colpo di telefono a John Carpenter aiuterebbe a decifrarne il senso. E comunque fottesega, in fin dei conti, c’è così tanto rock in acido qua dentro da saziare anche il più ingordo dei bastardi. Nonagon Infinity opens the door. (8,5)

Rocket From The Tombs – Black Record (Fire, 2015) | #iyezine

rocket from the tombs - black record“What The World Needs Now” – tanto per rubare il titolo al nuovo album dei PIL – non è certo un nuovo album dei Rocket From The Tombs (e nemmeno uno dei PIL, se è per questo).

David Thomas se ne fotte altamente, e…

Leggi l’intera recensione su In Your Eyes.

Sultan Bathery – Right On EP (Slovenly, 2015) | #iyezine

SULTAN BATHERY -Right On- EP - Cover_modDopo averci lisciato il pelo col bell’album omonimo dell’anno scorso, i Sultan Bathery tornano sul piatto con un bel 7 pollici in edizione limitata (333 copie in vinile nero, 333 in vinile rosso) pubblicato dall’inseparabile Slovenly Recordings.

Leggi l’intera recensione su In Your Eyes

King Khan feat. Ian Svenonius – Hurtin’ Class 7″ (Khannibalism, 2015)

Altro post mordi e fuggi, giusto per dedicare qualche ascolto e due parole al nuovo sette pollici del Re Khan, Hurtin’ Class, che uscirà ufficialmente il prossimo 26 ottobre sulla sua nuovissima label, Khannibalism. Si tratta di un singolino un po’ particolare e piuttosto importante, che contiene il solo pezzo omonimo (in due versioni, una con voci e una strumentale) scritto da Sua Maestà per la colonna sonora del film “The Invaders” e cantato in coppia con Ian Svenonius (il resto lo fa il Re e alla batteria accompagna Max Weissenfeldt).

Un pezzo che sa di dub, psichedelia, funk, soul e rock’n’roll. Non un pezzo classico del catalogo del Re, ma neanche un pesce fuor d’acqua. Un pezzone, senza dubbio alcuno.

Piuttosto importante, dicevo, ma perché? Ecco:

  1. “The Invaders” è un film-documentario diretto da Prichard Thomas Smith che ripercorre la storia dell’omonimo black power group di Memphis, sul quale non mi soffermo per ovvie ragioni ma del quale potete trovare notizie qui, qui e qui.
  2. Ian Svenonius è Ian Svenonius e basta, frontman di band seminali quali Nation of Ulysses e The Make-Up e di altre meno influenti ma comunque decisamente piacevoli quali Weird War e Chain & The Gang. Max Weissenfeldt è stato batterista, vibrafonista e pianista per una lunga serie di band, tra le quali occorre nominare gli Heliocentrics.
  3. Il sette pollici è stato mixato e masterizzato al mixer appartenuto a un certo King Tubby (altro Re, questa volta del dub) da Nene Baratto, bassista dei nostri Movie Star Junkies e affermato produttore discografico.

Credo che basti, no?.

La collezione primavera-estate di Loud Notes – seconda parte

E con questa chiudo la serie di note (chiamarle recensioni mi pare eccessivo) sugli ascolti della lunga stagione calda, quella stagione che quest’anno ci ha rifilato – o mio dio – un bel po’ di caldo mediterraneo e – (spazio da completare a piacere) – lo spettacolo indecente di un’europa (europa in questo caso vuole la minuscola) chiusa a fortezza contro l’umanità che scappa dalle sue guerre (o dalle crisi che non sa gestire), impegnata a costruire muri, sostenere dittatorucoli da due soldi o a fiaccare governi timidamente riformisti. Un’europa alla quale posso solo augurare la disintegrazione (e a noi di contribuire a farne macerie), e dedicarle il pezzo dei Mutants che trovate linkato qualche riga più giù.

(invettiva chiusa, vai con la musica)

(la prima parte della collezione la trovate qui)

Miles Davis – Sorcerer (Columbia, 1967; Mobile Fidelity, 2015): un grande album che scopro solo ora (proprio ora, mentre scrivo) grazie alla recente ristampa della Mobile Fidelity Sound Lab. Un disco sfumato, rilassato e celebrale, compagno ideale delle insonnie più pervicaci. La title-track, composta da Herbie Hancock, è un capolavoro.

Movie Star Junkies – Your Pretty Fangs EP (Wild Honey, 2015): di sole tre tracce (di cui una cover, la bellissima Plain Gold Ring di Nina Simone, e una nuova versione di un vecchio pezzo, Baltimore) è composto il nuovo dei MSJ, ma tante bastano a far vibrare casse e cuore e a far digrignare i denti. Qui l’inedito, un feroce attacco blues-punk da manuale. Il prodotto è una figata e si acquista qui.

The Mutants – New Dark Ages 7″ (415 Records, 1980): i Mutants sono una banda art-punk di Frisco attiva tra il 1977 e il 1986, usciti fuori dal “vivaio” del San Francisco Art Institute (la stessa scuola d’arte che cacò gli Avengers, per dire). Animali da palco più che da studio, il settetto ha inciso una manciata di singoli e un album (Fun Terminal, 1982), e questo 7 pollici è senz’altro il loro miglior lascito. We’re living/in the new dark ages!

Thee Oh Sees – Mutilator Defeated At Last (Castle Face, 2015): il ritorno degli Oh Sees dopo il finto scioglimento e il medio(cre) Drop  (2014) è un grandissimo disco, probabilmente uno dei migliori della band di John Dwyer: un riuscitissimo minestrone di sperimentalismi, psichedelia tripposissima, weird garage e riffoni pesanti.

The Old Firm Casuals – This Means War (Oi! the Boat, 2014): un’altra band punk-Oi!-hardcore guidata da Lars Fredericksen (Rancid), e ho già detto quasi tutto. Aggiungerei solo che non sono affatto male (fors’anche meglio dei Bastards e senz’altro meglio degli ultimi Rancid) e stop, perché mi pesano le parole a straparlare di Oi!. Vi lascio con questa.

Peawees – 20 Years and You Still Don’t Know Me (Wild Honey, 2015): se ancora non li conoscete sappiate che vi siete persi una parte importante della storia recente del rock’n’roll e del punk italico. Poi fate vobis, ma io un’ascoltatina gliela darei.

Poet and The Roots – Dread Beat and Blood (Front Line, 1978): la prima escrezione artistica del pioniere della dub-poetry, il poeta marxista Linton Kwesi Johnson. Qua dentro c’è già tutto – già adulto, incazzato e in forma smagliante – quello che verrà perfezionato in album storici come Forces of Victory (1979) e Bass Culture (1980).

The Pretty Things – S.F. Sorrow (Columbia, 1968): il disco maturo dei Pretty Things, un capolavoro psichedelico che si merita di ascendere all’olimpo delle opere rock insieme a Tommy degli Who e ad Arthur dei Kinks. Tanti i pezzi memorabili, troppi. Vi linko Old Man Going, traccia dal tiro heavy-psych sulla quale hanno studiato in tanti.

Radioactivity – Silent Kill (Dirtnap, 2105): datemi un disco come Silent Kill ogni volta che devo rappacificarmi col mondo. Riff, melodie e vaffanculo.

Rancid – …And Out Come The Wolves (Epitaph, 1995): questo cazzodicapolavoro ha compiuto vent’anni lo scorso 22 agosto e tanto è bastato, al sottoscritto, per decidere di infilarlo nello stereo della macchina e mandarlo a manetta come fosse il cazzo di 1995; come se stessi sfrecciando sull’autostrada che mi riporta a Olympia.

Refused – Freedom (Epitaph, 2015): suona peggio dell’ultimo disco dei Therapy?. È gravissimo!

The Ruts – The Peel Sessions Album (Strange Fruit, 1990): contiene le Peel Sessions registrate tra il gennaio 1979 e il febbraio 1980, alcune delle quali erano già finite su un EP pubblicato dalla stessa etichetta nel 1986. Tutto postumo, dunque, pubblicato a cose (stra)fatte, con Malcom Owen nella tomba da un bel po’ (l’eroina se lo trascinò via il 14 luglio 1980) e pure i Ruts D.C. (un’altra storia) già passati sotto i ponti. E quindi ‘sta cosa è una specie di best of. E pure una dimostrazione delle potenza “live” della band; e dell’acume visionario di John Peel. E quindi è necessaria.

The Stones – Three Blind Mice (Flying Nun, 2015): gruppo post-punk neozelandese formatosi e bruciatosi nell’arco di due anni, tra il 1982 e il 1983, durante i quali fece in tempo a incidere appena dieci pezzi: quattro finirono nell’influente EP compilation Dunedin Double (1982) cinque nell’EP Another Disc Another Dollar (1983) e uno – live – sulla compilation The Last Rumba (1983; tutto rigorosamente su Flying Nun). Erano autori di un post-punk scazzato ma solare, ruvido, teatrale e profondamente pop (in bassa fedeltà). Questa fantastica retrospettiva raccoglie tutto l’inciso più qualche traccia live. Consigliatissima.

Vibravoid – Void Vibration (Nasoni, 2001): uno dei pezzi migliori dello sconfinato catalogo Vibravoid, maestri indiscussi del rock psichedelico/spaziale tedesco e europeo degli anni zero, gente che può persino vantare un album con Sky Saxon in CV (A Poetry of Love, 2010). Cominciate da qui.

Wand – Golem (In The Red, 2015): gli amichetti del Ty hanno tirato su i volumi, appesantito (ulteriormente) i riff e portato alle stelle il PH; mettici che son pure cresciuti in quanto a scrittura e arrangiamenti e ti ritrovi un secondo lavoro (ne sta arrivando un terzo, s’intitola 1000 Days e uscirà il 25 settembre su Drag City) energico bellicoso e incredibilmente scivoloso, che lo metti e sbam, ciao ciao.

White Hills – Walks for Motorists (Thrill Jockey, 2015): il duo delle meraviglie motorik-space sterza pesantemente a destra, imbarca oscurità, immediatezza e groove e abbandona (un pochino eh, non esageriamo) l’attitudine da jam band. E ne esce Walks for Motorists, una roba che suona pure un sacco Vibravoid (vedi sopra), a voler essere onesti. C’ho messo un po’ per capire se erano meglio prima o adesso, perché l’immediatezza e il groove colpiscono e ci entri subito in sintonia; poi però alla lunga stancano. Non boccio, ma torno ad ascoltarmi So You Are…So You’ll Be (2013).

Wire – Wire (Pinkflag, 2015): l’ultimo degli Wire è un classico album degli Wire. E infatti s’intitola Wire. Epperò non gli manca niente perché agli Wire non manca davvero niente, son capaci di attorcigliarsi attorno al loro minimalismo o sfornare un classicone noise-pop senza batter ciglio.

La collezione primavera-estate di Loud Notes – prima parte

Inizio a sporcare le pagine del nuovo Loud Notes con i dischi (recentissimi, recenti, o tremendamente vecchi) che hanno allietato e/o afflitto questi lunghi mesi di lavoro editoriale.

AA.VV. – The Best of Studio One (Heartbeat, 2006): ho ascoltato un casino di reggae quest’estate (un po’ come tutte le estati), e questo è stato uno dei cosi che ha girato di più sul coso. Una compilation bellissima, calda e appassionata, un monumento al roots reggae. Ascolta.

Ancient Sky – Mosaic (Wharf Cat, 2015): zitti zitti, dopo tre album niente male, gli Ancient Sky hanno sfornato il discone. La roba è sempre quella, heavy-psych dalle tendenze spaziali, ma stavolta hanno lasciato a casa i pipponi strumentali, hanno chiamato un produttore bravo (Ben Greenberg, do you know him?) e l’intensità di questi mantra psichedelici è schizzata alle stelle. Bravi.

Black Uhuru – Sinsemilla (Mango/Universal, 1980): ancora reggae. Uno dei dischi capolavoro degli Uhuru di Michael Rose, con Sly & Robbie che si divertono un mondo davanti e dietro il mixer.

The Congos – Heart of the Congos (Black Art, 1977): capolavoro assoluto del roots reggae, un’estasi di linee vocali che si incrociano perfettamente sugli arrangiamenti psichedelici di quel geniaccio di Lee Perry. Assaggino.

Crime – Hot Wire My Heart/Baby You’re So Repulsive 7″ (Crime, 1976): classico anthem del primo punk di Frisco inciso sul lato A (coverizzato nientemeno che dai Sonic Youth su uno dei loro capolavori degli anni ’80, Sister): una roba che, se amate il punk, dovete conoscere come le unghie del vostro piede sinistro.

David Bowie – Low (RCA, 1977): e qui che cazzo scrivo in tre righe? Insomma, lo conoscete no?

The Ex – Dizzy Spells (Touch & Go/Vicious Circle/Ex, 2001): e che ve lo dico a fare?

Faith No More – Sol Invictus (Reclamation, 2015): ero scettico, lo ammetto. E invece alla fine il ritorno dei Faith No More mi ha convinto. Mica che siamo ai livelli dei primi anni ’90, pro caridade, però i tiponi sembrano sapere ancora il fatto loro, e si sono saputi reinventare alla soglia dell’anzianità. Non male davvero.

The Feelies – Crazy Rhythms (Stiff, 1980): un disco che avevo ascoltato distrattamente tanto tempo fa e che per fortuna ho deciso di riprendere in mano. L’esordio dei Feelies è un doppio concentrato di genialità art-pop e new wave condita da una generosa spruzzata di ritmiche nervose e a tratti tribali. Interessanti le cover di Beatles (Everybody’s Got Something To Hide Except Me and My Monkey) e Rolling Stones (Paint It Black).

Getatchew Mekuria & The Ex – Moe Anbessa (Terp, 2006): un incontro davvero fortunato quello tra il vecchio jazzista etiope e il collettivo post-punk olandese. Fortunato per loro e per noi, che ci becchiamo un album stupendo, che regala assalti jazz-punk e sinuose suite african-jazz senza farsi mai pregare.

High On Fire – Luminiferous (eOne, 2015): ecco, secondo me il metal dovrebbe suonare così.

The Jam – About The Young Idea, The Very Best of The Jam (Polydor, 2015): «Absolutely, categorically, fucking NO», risponde Weller a chi gli chiede della possibilità di una reunion dei Jam. “The young idea”, entienden?

Julian Cope – Trip Advizer: The Very Best of Julian Cope 1999-2014 (Lord Yatesbury, 2015): la compila degli ultimi quindici anni di elucubrazioni rivoluzionario-psichedeliche dell’irraggiungibile Reverendo Cope.

King Gizzard & The Lizard Wizard – Quarters! (Flightless/Castle Face, 2015): la band con il nome più stronzo di tutti i nomi stronzi. Prolifica quanto un incrocio tra Frank Zappa e Ty Segall (viaggiano a un ritmo di 2 album all’anno da circa 3 anni; prossimamente nelle vostre casse Paper Mache Dream Balloon). Disco assurdo, questo Quarters!, composto da 4 pezzi lunghi 10 minuti e 10 secondi all’uno (non vi sto prendendo per il culo) e neanche uno che sembri tirato per i capelli.

The King Khan & The BBQ Show – Bad News Boys (In The Red, 2015): l’album più divertente nel 2015, potete scommetterci la vostra stracazzo di famiglia tradizionale. Ecco.

The Last Killers – Dangerous (Closer, 2015): se facciamo finta che Cookin Inside non sia una copiascopiazzata di Touch Me I’m Sick dei Mudhoney (tanto valeva fare la cover no?) beh, è un bel dischetto di adrenalina punk’n’roll. Anyway, lo trovate in streaming qui.

Leatherface – Razor Blades and Aspirins: 1990-1993 (Fire, 2015): se vi siete fatti sfuggire questa grande punk rock band degli anni ’90, questa bella compilation è il modo giusto per rimediare.

Mark Lanegan – Houston: Publishing Demos 2002 (Ipecac, 2015): tralasciando il pippone su quanto sia bella e profonda ed espressiva la voce di zio Mark, vado dritto al punto e vi dico che questo è il miglior materiale a nome Lanegan dai tempi di Bubblegum (2004), una roba che riesce ad asfaltare senza tanta fatica uno qualsiasi dei vostri crooner preferiti degli ultimi anni. Un discone da avere e consumare.

Metz – II (Sub Pop, 2015): altro inflessibile assalto all’arma bianca per il combo canadese, promessa vivente del noise rock mondiale. Niente di nuovo rispetto all’esordio, ma è roba che prende a calci nel culo e fa saltare dalla sedia. Quindi necessaria.