Chain and the Gang – Best of Crime Rock (In the Red, 2017)

Sembra che abbia voluto prenderci un po’ per il culo, il vecchio Svenonius, rifilandoci il classico pacco da industria musicale alla frutta: una specie di best of travestito (non troppo dài, il titolo parla) da nuova uscita, una collezione di canzoni per lo più già edite, reincise per l’occasione con una formazione tutta nuova e un’inedita cura hi-fi in produzione. E invece no, semmai trattasi di pacco regalo, perché i pezzi suonano meglio qui che altrove e, spesso e volentieri, la nuova versione si presenta come “definitiva” (si ascoltino, a mo di esempio, le due versioni di What Is a Dollar). Svenonius regala performance vocali più efficaci e convincenti (si confrontino le due versioni di Deathbed Confession), la voce della bassista Anna Nasty fa da preziosissimo contrappunto, i riff e gli assoli che sgorgano dalle dita di Francy Z. Graham sono più “presenti” e fanno più male, il battito della sezione ritmica rasenta la perfezione e l’organo (courtesy of Mark Cisneros, che aveva già prestato pregevole servizio alla corte di Kid Congo, per “La Araña Es La Vida”, ndr) ci fa una figura che definirla porca pare un eufemismo. Altro?

A voler parlare per generi, siamo sulle coordinate ormai classiche della discografia dei Chain & the Gang: soul, garage rock e rock’n’roll a grandinate. Gli ingredienti di cui sopra e una diversa mescola, però, donano all’album un’energia e un groove che non erano umanamente prevedibili.

Se non ho fatto male i calcoli, ci sono pure tre inediti – The Logic of Night, I See Progress e Come Over –, che ben si integrano coi vecchi pezzi rimaneggiati e vanno a completare un bel disco, il quale finisce per rappresentare la miglior uscita di sempre a nome Chain & the Gang (sospendo però cautelativamente il giudizio, perché per fine settembre è attesa l’uscita di un altro album, “Experimental Music”).

E dunque: se il nome Chain & the Gang non vi dice nulla, questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza (se non vi dice nulla quello di Svenonius, be’, la questione è più complicata…). Se avete fatto indigestione dei dischi precedenti, “Best of Crime Rock” è un ottimo grappino per digerirli a dovere.

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Dead Moon – What a Way to See the Old Girl Go (Voodoo Doughnut, 2017)

frontUn nuovo live dei Dead Moon nel quale tuffarsi a candela. La data registrata su disco (e ancora prima su 8 tracce) è quella del 16 agosto 1994. L’occasione dello show, la chiusura dello storico club all-ages X-Ray Cafe di Portland, palestra di tanti celebrati artisti della prolifica cittadina del Pacific Northwest (Quasi, The Dandy Warhols e Elliott Smith sono passati ripetutamente dal palco di questo piccolo caffè).

Grazie alla Voodoo Doughnut Recordings, che pubblica l’album come volume 6 della serie “Tales from the Grease Trap” (live di archivio della Portland degli anni Novanta), ci è data l’occasione di ascoltare i Dead Moon presi in uno dei loro periodi d’oro (cioè sempre). L’anno è quello di “Crack in the System”, dal quale vengono prelevate Poor Born, Cast Will Change, It’s OK e Killing Me. Altro disco saccheggiato è lo splendido “Unknown Passage” (1989), che porta in dote Demona, 54/40 or Fight e Time Has Come Today . La furia è quella grezza e nature che ce li ha fatti (e continua a farceli) tanto amare, la passione è palpabile, l’elettricità in grado di spostare correnti d’aria calda; la registrazione è ottima, mix e mastering sono curati da Mr. Don Fury e non vedo ragione alcuna per cui dovreste privarvi di questo gioiellino.

Tracklist:

  1. Poor Born
  2. Demona
  3. Cast Will Change
  4. It’s OK
  5. Walking on My Grave
  6. 54/40 or Fight
  7. Killing Me
  8. Running Out of Time
  9. Out in the Blue
  10. Time Has Come Today

The Buttertones – Gravedigging (Innovative Leisure, 2017)

Mi sono piombati a casa senza che li avessi invitati e si son rapiti le casse del mio povero portatile, obbligandole a suonare per un cazzo di mese intero questa seducente opera da bassifondi nella quale convivono Gun Club, (la funambolica chitarra di)Dick Dale, Birthday Party, Cramps, Sonics e fogne garage rock’n’roll a piacere vostro. Blues con il punk nel culo, psichedelia nera come la pece, rifferama surf in gradevole scioltezza, sax saltellanti o ondeggianti, bordate psychobilly, ballate assassine, e una bella voce blues, tenebrosa e isterica, debitrice dell’ugola del compianto Jeffrey Lee Pierce. Piatto forte e ingredienti ben dosati.

La musica dei Buttertones vive immersa fino al midollo in un’atmosfera cinematografica che richiama alla mente le colonne sonore firmate Morricone o quelle dei film di Tarantino e non degna mai, neanche per scherzo, di uno sguardo compiacente. Alla fine della corsa, la sensazione è quella di aver ascoltato un racconto noir in formato rock’n’roll.

Inutile (e forse pure pericoloso, «metti che volano») mettersi a sondare le ragioni di un disco che si porta addosso le succitate stigmate (ma se volete saperne di più, qui i Nostri spiegano TUTTO); e pure inutile è cercare di intravedere un suo possibile percorso commerciale in un panorama musicale dominato dal pop mainstream in cerca di credibilità indie, sciatto e accomodante. Meglio limitarsi a far scorrere la puntina sugli undici pezzi che compongono Gravedigging e lasciarsi trasportare da questa intrigante e subdola vecchia onda nera. Il viaggio sarà appagante anzichennò.

Potrei pure chiuderla qui, perché di roba buona ce n’è davvero in eccesso e in questi casi è sempre meglio ascoltarla che farsela raccontare, ma volendo segnalare a tutti i costi una manciata di pezzi da spedire nel futuro, direi senza esitare la crampsiana Two-Headed Shark, la murder ballad tarantolata Sadie’s A Sadist, il valzer schizofrenico di Matador e l’appiccicosissimo surf rock oscuro di Tears for Rosie.

La gelida cassettina della domenica pomeriggio | #cassettine #loudnotes

È bastata qualche domenica pomeriggio di gennaio di quelle gelide e grigie, tutta divano, decompressione e rock’n’roll, per tornare a compilare le fantastiche cassettine da mettere sul blog. La cassettina in questione, che poi cassettina non è più essendo stata degradata al rango di misera playlist iutubica (Everyone’s Myxtape è ancora online ma tace), contiene i pezzi che più mi hanno scaldato, emozionato e divertito tra quelli usciti in questi primi scampoli di 2017.

C’è un po di punk (una spruzzatina di settantasette e due pizzichi di post), un po’ di psichedelia in diverse salse, noise rock, garare rock e persino un po’ di folk. E qualche scintilla di fiera attitudine “combat” (che nel caso degli Gnod è quasi incendio).

Una bella colonna sonora per questo presente infame bastardo.

Buon ascolto e buona domenica pomeriggio.

Tracklist:

  1. Cyanide Pills – Stop and Search
  2. Ty Segall – Break a Guitar
  3. Gnod – Bodies for Money
  4. Cristal Fairy – Cristal Fairy
  5. The Underground Youth – Amerika
  6. Moon Duo – Cold Fear
  7. Angel Olsen – Fly on Your Wall
  8. Wire – Short Elevated Period
  9. Chavez – The Bully Boys
  10. Meat Wave – The Incessant
  11. The Black Angels – Currency
  12. All Them Witches – Alabaster
  13. Mark Lanegand Band – Nocturne
  14. Julie’s Haircut – Salting Traces
  15. Bill Fay – Shame

Il meglio del 2016 – EP e singoli + live album

Ne ho letti e scritti fin troppi, di pipponi sulle classifiche di fine anno, quindi quest’anno (e così a seguire) ve lo risparmio. Alla fine, il tutto potrebbe essere così riassunto: a me piacciono, quindi le faccio. Statece.

Se avete tenuto le orecchie ben aperte, vi sarete accorti che il 2016 – così come gli anni che l’anno immediatamente preceduto del resto – è stato un buon anno per la musica popolare (a parte i morti ovviamente, ma quelli ci sono ogni anno e sono certo che avete notato). E anche per il rock’n’roll, checché se ne dica giù nelle fogne della critica mainstream o indie™. Meglio precisare.

Qui sotto (e soprattutto nel post dedicato agli album, che seguirà di qualche giorno), se vorrete ascoltare, c’è la mia umile testimonianza a corredo della tesi esposta sopra. Si inizia con le liste in ordine alfabetico di EP/singoli e live album. Vamos!

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King Gizzard and the Lizard Wizard – Nonagon Infinity (Flightless/Heavenly/ATO, 2016)

cover_Nonagon-InfinityI KGATLW sono uno di quei gruppi che non riesci a capire se puoi prendere sul serio oppure no. E questo è un buon segno, in generale.

I sette folletti australiani sono in giro da sei anni, durante i quali hanno sfornato album a un ritmo zappiano (questo è l’ottavo, per dire), sempre all’insegna di un garage rock psichedelico dai fortissimi connotati motorik-kraut.
Hanno alternato momenti da urlo a uscite da camicioni bianchi e psicofarmaci – quelle uscite che solitamente sono appannaggio dei grandi: come quando hanno deciso di aprire il loro terzo album (Float Along – Fill Your Lungs) con un pezzone (Head On/Pill) di quasi sedici minuti; o quando si sono divertiti a fare un disco (Quarters!) di pezzi tutti lunghi uguali, con il cronometro fisso e inebetito a 10’10”; o quando, infine, si sono messi ad esplorare, senza dire né aba, i territori del folk-pop (era solo l’anno scorso e il disco s’intitola Paper Mâché Dream Balloon).

E così giungiamo a LOL e grandi passi fino ad oggi, per cuccarci infine questo piccolo capolavoro. Nonagon Infinity è un po’ la summa estetica e musicale dei King Gizzard fin qui (meglio mettere le mani avanti in casi come questo), un loop di quaranta minuti che contiene garage punk, rock crauto e progressivo, smielate nenie psych-pop e immaginario sci-fi a palate. Nonagon Infinity opens the door. Un loop serio, che suona come la creazione di un androide strafatto. Nonagon Infinity opens the door. Un loop vero, che fai fatica a scindere in tracce, le quali appaiono come i frammenti di un’unica grande suite, con trame vocali e musicali che se ne vanno e poi tornano inavvertitamente a confondere (e a rendere piacevole) l’ascolto. Nonagon Infinity opens the door. Una suite con il fuoco dentro, un simpatico e satanico falò che brucia insaziabile trascinando con sé la mente e il corpo dell’inavvertito ascoltatore in un ballo catartico e liberatore. Nonagon Infinity opens the door. I testi sono incomprensibili, ma forse un colpo di telefono a John Carpenter aiuterebbe a decifrarne il senso. E comunque fottesega, in fin dei conti, c’è così tanto rock in acido qua dentro da saziare anche il più ingordo dei bastardi. Nonagon Infinity opens the door. (8,5)

Rocket From The Tombs – Black Record (Fire, 2015) | #iyezine

rocket from the tombs - black record“What The World Needs Now” – tanto per rubare il titolo al nuovo album dei PIL – non è certo un nuovo album dei Rocket From The Tombs (e nemmeno uno dei PIL, se è per questo).

David Thomas se ne fotte altamente, e…

Leggi l’intera recensione su In Your Eyes.

Sultan Bathery – Right On EP (Slovenly, 2015) | #iyezine

SULTAN BATHERY -Right On- EP - Cover_modDopo averci lisciato il pelo col bell’album omonimo dell’anno scorso, i Sultan Bathery tornano sul piatto con un bel 7 pollici in edizione limitata (333 copie in vinile nero, 333 in vinile rosso) pubblicato dall’inseparabile Slovenly Recordings.

Leggi l’intera recensione su In Your Eyes

King Khan feat. Ian Svenonius – Hurtin’ Class 7″ (Khannibalism, 2015)

Altro post mordi e fuggi, giusto per dedicare qualche ascolto e due parole al nuovo sette pollici del Re Khan, Hurtin’ Class, che uscirà ufficialmente il prossimo 26 ottobre sulla sua nuovissima label, Khannibalism. Si tratta di un singolino un po’ particolare e piuttosto importante, che contiene il solo pezzo omonimo (in due versioni, una con voci e una strumentale) scritto da Sua Maestà per la colonna sonora del film “The Invaders” e cantato in coppia con Ian Svenonius (il resto lo fa il Re e alla batteria accompagna Max Weissenfeldt).

Un pezzo che sa di dub, psichedelia, funk, soul e rock’n’roll. Non un pezzo classico del catalogo del Re, ma neanche un pesce fuor d’acqua. Un pezzone, senza dubbio alcuno.

Piuttosto importante, dicevo, ma perché? Ecco:

  1. “The Invaders” è un film-documentario diretto da Prichard Thomas Smith che ripercorre la storia dell’omonimo black power group di Memphis, sul quale non mi soffermo per ovvie ragioni ma del quale potete trovare notizie qui, qui e qui.
  2. Ian Svenonius è Ian Svenonius e basta, frontman di band seminali quali Nation of Ulysses e The Make-Up e di altre meno influenti ma comunque decisamente piacevoli quali Weird War e Chain & The Gang. Max Weissenfeldt è stato batterista, vibrafonista e pianista per una lunga serie di band, tra le quali occorre nominare gli Heliocentrics.
  3. Il sette pollici è stato mixato e masterizzato al mixer appartenuto a un certo King Tubby (altro Re, questa volta del dub) da Nene Baratto, bassista dei nostri Movie Star Junkies e affermato produttore discografico.

Credo che basti, no?.