Meat Wave – The Incessant (Big Scary Monsters/Side One Dummy, 2017)

Cotto e mangiato in poco più di mezz’ora, registrato come Steve (Albini) comanda, suonato come se fosse l’ultima cosa rimasta da fare prima che l’apocalisse intervenga a spazzar via quel che rimane, grigio come questa infame decade perdida e rosso di rabbia come l’orizzonte. Questa la breve sinossi del terzo album dei Meat Wave, trio di Chicago che corre a perdifiato sulla strada già spianata da numerose e celebrate band post-hardcore, noise rock e affini.

Se ascoltate con attenzione e un pizzico di pedanteria, scorgerete suoni e colori che rimandano a Wipers (vi consiglio di recuperare la loro cover di Mystery, sull’EP Brother), Nirvana, Mission of Burma e, soprattutto, Hot Snakes. Il consiglio, però, è quello di tenere a freno la fredda volontà classificatrice e lasciarvi trascinare da questi dodici pezzi di post-punk furioso e catartico.

Dentro The Incessant c’è tutto quello che si può desiderare, oggi 2017, da un buon disco punk. C’è una traccia d’apertura da annali del post-hardcore (To Be Swayed), un pizzico di pura rabbia hardcore rumorista (Mask) che morde e fugge in cinquanta secondi, schizzi di indie rock chitarristico grigio, emozionale e travolgente (Run You Out, No Light), riff motorik che costruiscono edifici al limite tra noise e post-hardcore (Leopard Print Jet Sky), sfuriate noise-art-punk (Bad Man) e, come se non bastasse, c’è The Incessant, title-track, singolino e grandissimo pezzo da fazzoletto rosso al collo e pugni al cielo, che cattura tempozero con quel suo incessante (ahem…) incedere e la sua rabbia magnetica e liberatoria.

Il terzo album, dice l’adagio, dovrebbe essere quello difficile, ma i Meat Wave se ne fottono e se ne escono piuttosto facilmente con un disco quadrato e a fuoco, teso come una corda di violino e in equilibrio sempre un po’ precario tra introversione e barricate. Direi (8).

The Wheel, la cassettina | #cassettine #loudnotes

Ed ecco una nuova cassettina di musica fresca fresca per palati d’amianto. Meno ruvida dell’EP Rasoio, per carità, ma sempre col motore su di giri.

Banalmente, s’intitola The Wheel perché c’erano ben tre canzoni con questa parola nel titolo.

Si parte con due pezzoni (Beyond the Wheel e Flower) tratti dal disco dell’anno: la riedizione su Sub Pop di Ultramega OK, l’LP d’esordio dei Soundgarden uscito in origine nel 1988 per la SST, rivestito per l’occasione dei panni più caldi, spessi e ruvidi del nuovo mix di sua maestà “Il Grunge”, Jack Endino (a correggere il vecchio mix che aveva un po’ scolorito e inibito la potenza delle canzoni). Sì va be’, non è proprio musica nuova, ma al cuor non si comanda e comunque ecco, ascoltatelo e ditemi se non vi sembra nuovo.

Per il resto, The Wheel contiene solo musica uscita per la prima volta quest’anno, ovvero: il singolo apripista di Why Love Now, quinto scostumato e corrosivo album dei Pissed Jeans, prodotto da Lydia Lunch (per chi non avesse ancora carpito il sarcasmo dei Nostri e si stesse chiedendo cosa diavolo c’entra Lunch con questi quattro cazzoni, consiglio questo articolo); Stick in the Wheel, secondo pezzo tratto dall’incazzatissimo noise album degli GNOD, in uscita a fine mese su Rocket Recordings; Ground Control, il gradito ritorno, dopo ben diciassette anni, dei Boss Hog di Cristina Martinez e Jon Spencer. Poco più giù c’è Leaning on a Wheel, un bellissimo pezzo tratto da A Hairshirt of Purpose, sesto album dei Pile (il segreto meglio custodito dell’indie rock di estrazione post-hardcore), in uscita pure lui a fine mese, ma su Exploding In Sound; a chiudere la zona well-known o quasi c’è Dr. Feelgood Falls Off the Ocean, l’ennesimo singolo grezzo e appiccicoso che apre l’ennesimo album (August By Cake, un disco doppio contenente ben 32 pezzi…) dei Guided By Voices, il centesimo disco sul quale ha messo le mani sir Robert Pollard.

Chiudono la cassetttina due perfetti sconosciuti (almeno per il sottoscritto): i Mountain Movers, che mi si presentano con Angels Don’t Worry, una deliziosa jam pop psichedelica dal retrogusto noise. Il loro (quarto?) album omonimo uscirà il 5 maggio per i tipi della Trouble In Mind. E infine quella che a me è sembrata LA vera chicca: loro sono i Dead Sea Apes e questa Tentacles (The Machine Rolls On) è una strana creatura dub psichedelica che mette l’acquolina in bocca. Sixth Side of the Pentagon, loro ottava fatica (!), uscirà il 3 aprile per Cardinal Fuzz.

E qui la chiudo io. Buon ascolto.

La gelida cassettina della domenica pomeriggio | #cassettine #loudnotes

È bastata qualche domenica pomeriggio di gennaio di quelle gelide e grigie, tutta divano, decompressione e rock’n’roll, per tornare a compilare le fantastiche cassettine da mettere sul blog. La cassettina in questione, che poi cassettina non è più essendo stata degradata al rango di misera playlist iutubica (Everyone’s Myxtape è ancora online ma tace), contiene i pezzi che più mi hanno scaldato, emozionato e divertito tra quelli usciti in questi primi scampoli di 2017.

C’è un po di punk (una spruzzatina di settantasette e due pizzichi di post), un po’ di psichedelia in diverse salse, noise rock, garare rock e persino un po’ di folk. E qualche scintilla di fiera attitudine “combat” (che nel caso degli Gnod è quasi incendio).

Una bella colonna sonora per questo presente infame bastardo.

Buon ascolto e buona domenica pomeriggio.

Tracklist:

  1. Cyanide Pills – Stop and Search
  2. Ty Segall – Break a Guitar
  3. Gnod – Bodies for Money
  4. Cristal Fairy – Cristal Fairy
  5. The Underground Youth – Amerika
  6. Moon Duo – Cold Fear
  7. Angel Olsen – Fly on Your Wall
  8. Wire – Short Elevated Period
  9. Chavez – The Bully Boys
  10. Meat Wave – The Incessant
  11. The Black Angels – Currency
  12. All Them Witches – Alabaster
  13. Mark Lanegand Band – Nocturne
  14. Julie’s Haircut – Salting Traces
  15. Bill Fay – Shame

Sonic Youth – Smart Bar, Chicago 1985 (Goofin’, 2012)

1000x1000Le versioni di Brave Men Run (In My Family), Death Valley ’69, Brother James, Kill Yr Idols, Flower, Burning Spear e Expressway To Yr Skull contenute qua dentro sono tra le più ispirate e infuocate che vi capiterà di ascoltare.

Smart Bar, Chicago 1985 – registrato l’11 agosto di quell’anno, finito sei anni più tardi sul bootleg non ufficiale Anarchy On St. Mary’s Place e finalmente “ufficializzato” nel 2012 con questa uscita – è un grande album live, senza dubbio il migliore tra quelli pubblicati dalla Gioventù Sonica (tutti di qualità piuttosto bassa, a onor del vero). La performance del quartetto è estatica, rumorosa, rabbiosa, trascinante. Sono i Sonic Youth a pochi passi dal loro massimo splendore, colti nel periodo in cui stavano passando dall’estremismo no-wave, sperimentale e noise dei primi dischi al noise/indie rock più compiuto degli album della seconda metà del decennio: Evol (SST/Blast First, 1986), Sister (SST/Blast First, 1987) e Daydream Nation (Enigma/Blast First, 1988). Dietro alle pelli, entrato in organico da pochi mesi e appena dieci concerti, c’è Steve Shelley, batterista formidabile che contribuirà non poco (e che qui si fa ben sentire) negli anni a venire a dare fuoco e sostanza alle scorribande sonore di Lee, Thurston e Kim.

La setlist è costruita in gran parte sui pezzi di Bad Moon Rising (Homestead/Blast First, 1985) e su quelli dei predecessori Confusion Is Sex (Neutral, 1983), Kill Yr Idols EP (Zensor, 1983) e Sonic Youth (Neutral, 1982), gli album più sperimentali ed estremi della discografia della band (e, insieme a quelli dei compagni di viaggio Big Black, Butthole Surfers e Swans, di tutti gli anni ’80). Fanno poi la loro apparizione tre pezzi allora inediti: Expressway To Yr Skull e Secret Girls, che finiranno su Evol, e lo strumentale Kat ‘n’ Hat, mai inciso in studio.

sonic_youth_04_1362401222_crop_550x369Tutto, quasi tutto, è estremamente oscuro e minaccioso, davvero poco amichevole. Clangori industriali e rumorismi fanno da cornice e pista di decollo per un violento espressionismo noise: le chitarre dialogano e si scontrano facendo presagire il collasso, Kim e Thurston sputano fuori rabbia, frustrazione e corde vocali (se volete capire cosa intendo ascoltatevi la doppietta Brother James e Kill Yr Idols) e Steve si avventa sulla batteria tentando di mantenere tutto in piedi. Si intrasentono però i segni di uno sviluppo in senso più “rock”, non solo nelle due tracce inedite, ma anche, per esempio, nel modo in cui viene riproposto un classico come Death Valley ’69.

Le registrazioni del concerto provengono da due diverse fonti: una cassetta registrata da qualcuno nel pubblico (i primi due minuti) e un nastro inciso su un registratore a quattro tracce (tutto il resto). Se è l’alta fedeltà che andate cercando, quindi, non è certo questo il disco che fa per voi (e forse – dico forse – avete anche sbagliato blog). In caso contrario fareste bene a procurarvelo, perché è di doppio valore: come documento storico e in quanto disco della madonna.

PS: Smart Bar, Chicago 1985 è uscito il 13 novembre del 2012. Non è stato ristampato quest’anno – è inutile che cercate – e non c’è nessun altro motivo contingente che giustifichi la pubblicazione di questa recensione ora. Però si tratta di un gran disco, e quindi valeva la pena spenderci qualche riga.

PS2: per chi volesse approfondire concerto e contesto consiglio vivamente Redefining Dissonance: Sonic Youth Live At The Smart Bar Chicago 1985 di Daniel Dylan Wray, apparso su The Quietus a commento dell’uscita dell’album.

Tracklist:
1. Hallowe’en
2. Death Valley ’69
3. Intro/Brave Men Run (In My Family)
4. I Love Her All The Time
5. Ghost Bitch
6. I’m Insane
7. Kat ‘n’ Hat
8. Brother James
9. Kill Yr Idols
10. Secret Girl
11. Flower
12. The Burning Spear
13. Expressway To Yr Skull
14. Making The Nature Scene