Quattro salti al Beaches Brew | #raccontidalvivo

È passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ho “sporcato” queste pagine. È giunto quel periodo dell’anno in cui, solitamente, il lavoro si fotte gran parte del mio tempo libero e, a braccetto col caldo asfissiante, chiude le porte a qualsiasi altra attività che non sia il rinfrescare il ventre col Santo Luppolo o il tuffarsi nelle acque sempre più sudicie del lago vulsinio. Oggi però sono (o mi sento?) più libero, e mentre vengo lentamente risucchiato in un vortice di afa ostinata e gradassa, con le cicale e gli Stiff Little Fingers a far da colonna sonora, provo finalmente a dar la chiusa a questo dannato post, che non ne poteva davvero più di rimanere qui come bozza incompiuta. Ho deciso così, di fare il temerario, perché è giusto così e perché il mese e mezzo appena trascorso ha visto scorrere un torrente in piena di rock’n’roll e danze catartiche, esondato non per caso il 6 e 7 giugno all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, e certe cose vanno raccontate.

Ed eccomi all’argomento che ha scatenato il temerario, il Beaches Brew 2017: un’esperienza di rock & spiaggia che – sciagurato! – ancora mancava al mio curriculum di famelico divoratore di musica dal vivo. Ora CE L’HO e posso ritenermi appagato. Adulto, vaccinato e appagato.

È di tre o quattro cosine che vengo qui a compiacermi, incurante del coro di sticazzi che potrebbe travolgermi – e io manco accorgermi. Della prontezza di riflessi della mia compagna, che è riuscita a scovare (circumnavigando il mio pessimismo cosmico) l’unico ombrellone libero di tutta la spiaggia dell’Hana-Bi, e del nostro sguazzare gaudenti nelle acque fredde dell’Adriatico (ah, che refrigerio!). Delle buone birre che scorrevano gaie e ghiacciate a rinfrescare le gole sabbiose. E poi ovviamente del festival, i cui piatti forti sono stati: le Death Valley Girls, feroci e precise come poch*, hanno confermato appieno la bontà di quanto ascoltato su disco l’anno scorso, facendo esplodere la pista da ballo in danze niente affatto mistiche; Sua Maestà King Khan, il quale nonostante avesse perso la voce in qualche torbido bagordo rivierasco, è riuscito (lui e i suoi sensazionali Shrines) a far ballare e a divertire, contagiando i presenti col noto morbo Jes Grew; i Preoccupations, che son riusciti a tirar su un live set ispirato e granitico, ancorché a tinte fosche, nel bel mezzo di una fottuta (e inaspettata) tempesta di sabbia; gli Shellac, sempre potenti e sarcastici: il sudore e il sudicio che esala dal buon noise rock, se non lo capite peggio per voi; e poi, dulcis in fundo, i King Gizzard & the Lizard Wizard: l’inferno di pogo e crowd-surfing che si è scatenato sotto il palco all’attacco di Rattlesnake e che si è protratto per un’oretta e mezza abbondante ha pochi eguali nella mia memoria di famelico etc etc… La potenza di fuoco sprigionata, la precisione millimetrica dei passaggi più ardui, i balzi improvvisi eppur sensati tra un pezzo e un altro, come fossero (lo sono?) un’orchestra rodatissima guidata dal miglior direttore sulla piazza, le maglie tese del loro space rock marziale, a tratti decisamente heavy, e la soavità delle pop melodie, strambe e perfette: questi i souvenir di lusso che abbiamo riportato a casa dal live set inattaccabile messo su dalla miglior rock band del pianeta terra. Per la cronaca: è finita con Stu Mackenzie (cantante chitarrista flautista testa matta) che ha chiesto al pubblico di farlo “crowdsurfare” fino alla riva, gettarlo in acqua e riportarlo sul palco a terminare il set. Epico!

Per non sbagliarsi mai, occorre ripetere e ripetere e ripetere la gitarella rivierasca ogni cazzo di anno e onorare i King Gizzard ogni volta che si presenterà la possibilità. Amen.

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King Gizzard and the Lizard Wizard – Nonagon Infinity (Flightless/Heavenly/ATO, 2016)

cover_Nonagon-InfinityI KGATLW sono uno di quei gruppi che non riesci a capire se puoi prendere sul serio oppure no. E questo è un buon segno, in generale.

I sette folletti australiani sono in giro da sei anni, durante i quali hanno sfornato album a un ritmo zappiano (questo è l’ottavo, per dire), sempre all’insegna di un garage rock psichedelico dai fortissimi connotati motorik-kraut.
Hanno alternato momenti da urlo a uscite da camicioni bianchi e psicofarmaci – quelle uscite che solitamente sono appannaggio dei grandi: come quando hanno deciso di aprire il loro terzo album (Float Along – Fill Your Lungs) con un pezzone (Head On/Pill) di quasi sedici minuti; o quando si sono divertiti a fare un disco (Quarters!) di pezzi tutti lunghi uguali, con il cronometro fisso e inebetito a 10’10”; o quando, infine, si sono messi ad esplorare, senza dire né aba, i territori del folk-pop (era solo l’anno scorso e il disco s’intitola Paper Mâché Dream Balloon).

E così giungiamo a LOL e grandi passi fino ad oggi, per cuccarci infine questo piccolo capolavoro. Nonagon Infinity è un po’ la summa estetica e musicale dei King Gizzard fin qui (meglio mettere le mani avanti in casi come questo), un loop di quaranta minuti che contiene garage punk, rock crauto e progressivo, smielate nenie psych-pop e immaginario sci-fi a palate. Nonagon Infinity opens the door. Un loop serio, che suona come la creazione di un androide strafatto. Nonagon Infinity opens the door. Un loop vero, che fai fatica a scindere in tracce, le quali appaiono come i frammenti di un’unica grande suite, con trame vocali e musicali che se ne vanno e poi tornano inavvertitamente a confondere (e a rendere piacevole) l’ascolto. Nonagon Infinity opens the door. Una suite con il fuoco dentro, un simpatico e satanico falò che brucia insaziabile trascinando con sé la mente e il corpo dell’inavvertito ascoltatore in un ballo catartico e liberatore. Nonagon Infinity opens the door. I testi sono incomprensibili, ma forse un colpo di telefono a John Carpenter aiuterebbe a decifrarne il senso. E comunque fottesega, in fin dei conti, c’è così tanto rock in acido qua dentro da saziare anche il più ingordo dei bastardi. Nonagon Infinity opens the door. (8,5)

La collezione primavera-estate di Loud Notes – prima parte

Inizio a sporcare le pagine del nuovo Loud Notes con i dischi (recentissimi, recenti, o tremendamente vecchi) che hanno allietato e/o afflitto questi lunghi mesi di lavoro editoriale.

AA.VV. – The Best of Studio One (Heartbeat, 2006): ho ascoltato un casino di reggae quest’estate (un po’ come tutte le estati), e questo è stato uno dei cosi che ha girato di più sul coso. Una compilation bellissima, calda e appassionata, un monumento al roots reggae. Ascolta.

Ancient Sky – Mosaic (Wharf Cat, 2015): zitti zitti, dopo tre album niente male, gli Ancient Sky hanno sfornato il discone. La roba è sempre quella, heavy-psych dalle tendenze spaziali, ma stavolta hanno lasciato a casa i pipponi strumentali, hanno chiamato un produttore bravo (Ben Greenberg, do you know him?) e l’intensità di questi mantra psichedelici è schizzata alle stelle. Bravi.

Black Uhuru – Sinsemilla (Mango/Universal, 1980): ancora reggae. Uno dei dischi capolavoro degli Uhuru di Michael Rose, con Sly & Robbie che si divertono un mondo davanti e dietro il mixer.

The Congos – Heart of the Congos (Black Art, 1977): capolavoro assoluto del roots reggae, un’estasi di linee vocali che si incrociano perfettamente sugli arrangiamenti psichedelici di quel geniaccio di Lee Perry. Assaggino.

Crime – Hot Wire My Heart/Baby You’re So Repulsive 7″ (Crime, 1976): classico anthem del primo punk di Frisco inciso sul lato A (coverizzato nientemeno che dai Sonic Youth su uno dei loro capolavori degli anni ’80, Sister): una roba che, se amate il punk, dovete conoscere come le unghie del vostro piede sinistro.

David Bowie – Low (RCA, 1977): e qui che cazzo scrivo in tre righe? Insomma, lo conoscete no?

The Ex – Dizzy Spells (Touch & Go/Vicious Circle/Ex, 2001): e che ve lo dico a fare?

Faith No More – Sol Invictus (Reclamation, 2015): ero scettico, lo ammetto. E invece alla fine il ritorno dei Faith No More mi ha convinto. Mica che siamo ai livelli dei primi anni ’90, pro caridade, però i tiponi sembrano sapere ancora il fatto loro, e si sono saputi reinventare alla soglia dell’anzianità. Non male davvero.

The Feelies – Crazy Rhythms (Stiff, 1980): un disco che avevo ascoltato distrattamente tanto tempo fa e che per fortuna ho deciso di riprendere in mano. L’esordio dei Feelies è un doppio concentrato di genialità art-pop e new wave condita da una generosa spruzzata di ritmiche nervose e a tratti tribali. Interessanti le cover di Beatles (Everybody’s Got Something To Hide Except Me and My Monkey) e Rolling Stones (Paint It Black).

Getatchew Mekuria & The Ex – Moe Anbessa (Terp, 2006): un incontro davvero fortunato quello tra il vecchio jazzista etiope e il collettivo post-punk olandese. Fortunato per loro e per noi, che ci becchiamo un album stupendo, che regala assalti jazz-punk e sinuose suite african-jazz senza farsi mai pregare.

High On Fire – Luminiferous (eOne, 2015): ecco, secondo me il metal dovrebbe suonare così.

The Jam – About The Young Idea, The Very Best of The Jam (Polydor, 2015): «Absolutely, categorically, fucking NO», risponde Weller a chi gli chiede della possibilità di una reunion dei Jam. “The young idea”, entienden?

Julian Cope – Trip Advizer: The Very Best of Julian Cope 1999-2014 (Lord Yatesbury, 2015): la compila degli ultimi quindici anni di elucubrazioni rivoluzionario-psichedeliche dell’irraggiungibile Reverendo Cope.

King Gizzard & The Lizard Wizard – Quarters! (Flightless/Castle Face, 2015): la band con il nome più stronzo di tutti i nomi stronzi. Prolifica quanto un incrocio tra Frank Zappa e Ty Segall (viaggiano a un ritmo di 2 album all’anno da circa 3 anni; prossimamente nelle vostre casse Paper Mache Dream Balloon). Disco assurdo, questo Quarters!, composto da 4 pezzi lunghi 10 minuti e 10 secondi all’uno (non vi sto prendendo per il culo) e neanche uno che sembri tirato per i capelli.

The King Khan & The BBQ Show – Bad News Boys (In The Red, 2015): l’album più divertente nel 2015, potete scommetterci la vostra stracazzo di famiglia tradizionale. Ecco.

The Last Killers – Dangerous (Closer, 2015): se facciamo finta che Cookin Inside non sia una copiascopiazzata di Touch Me I’m Sick dei Mudhoney (tanto valeva fare la cover no?) beh, è un bel dischetto di adrenalina punk’n’roll. Anyway, lo trovate in streaming qui.

Leatherface – Razor Blades and Aspirins: 1990-1993 (Fire, 2015): se vi siete fatti sfuggire questa grande punk rock band degli anni ’90, questa bella compilation è il modo giusto per rimediare.

Mark Lanegan – Houston: Publishing Demos 2002 (Ipecac, 2015): tralasciando il pippone su quanto sia bella e profonda ed espressiva la voce di zio Mark, vado dritto al punto e vi dico che questo è il miglior materiale a nome Lanegan dai tempi di Bubblegum (2004), una roba che riesce ad asfaltare senza tanta fatica uno qualsiasi dei vostri crooner preferiti degli ultimi anni. Un discone da avere e consumare.

Metz – II (Sub Pop, 2015): altro inflessibile assalto all’arma bianca per il combo canadese, promessa vivente del noise rock mondiale. Niente di nuovo rispetto all’esordio, ma è roba che prende a calci nel culo e fa saltare dalla sedia. Quindi necessaria.