Ulrika Spacek – “Mimi Pretend”

16806974_897151220424925_7707853176733770297_nPost rapido, per condividere un bel pezzo e comunicarvi la seguente notiziola: gli Ulrika Spacek sono prossimi alla pubblicazione del secondo album, che s’intitolerà Modern English Decoration e uscirà il prossimo 2 giugno per i tipi di Tough Love e quelli di Associated Electronic (che potrebbero anche esser loro stessi, per quanto ne so).

Dicono i meglio informati che il disco è totalmente autoprodotto e letteralmente fatto in casa, essendo stato registrato nelle diverse stanze (soprattutto in sala, ovvio) della casa che il duo berlinese condivide in quel di Londra.

Mimi Pretend, qua sotto, è il primo estratto che ci è dato di ascoltare, ed è un bel pezzo da luci soffuse, fumo denso e dolce distensione, a gambe incrociate sul tappeto di velluto in compagnia di Maria Catena. Un noise pop da ipnosi, insomma, delicatamente rumorista e ben arrangiato, sicuramente piacevole.

Dal Tempio del Rumore è tutto, passo e chiudo.

ps: QUI è quando godevo di brutto ipnotizzandomi con il loro esordio, The Album Paranoia

The Underground Youth – “Amerika” (video)

tuy-wkodhitIl 15 febbraio uscirà per Fuzz Club What Kind Of Dystopian Hellhole Is This?, l’ottavo album degli Underground Youth.

Complici una serie di opere di pregevole fattura (Delirium, The Perfect Enemy for God e Haunted) e una febbrile attività live, la band di Manchester oggi di stanza a Berlino è diventata in breve tempo uno dei punti di riferimento della scena psych underground europea.

Se amate la psichedelia più fumosa, quella di derivazione shoegaze e dream pop, e se non disdegnate un pizzico di goth-rock, di post-punk e persino di folk, loro sono la band che fa per voi.

Intanto che aspettiamo il nuovo album, possiamo già goderci i due singoli con annessi videoclip che i nostri ci hanno gentilmente regalato via you-fuckin’-tube. Alice, uscito all’inizio dello scorso dicembre, e Amerika, di pochi giorni fa. Li piazzo entrambi qua sotto, in ordine inverso però, ché la mia radio ha scelto Amerika, feroce critica all’impero in decadenza e omaggio al caro Hunter S. Thompson. Un pezzo che entra da subito in connessione con cuore, stomaco e cervello, trascinato da un riff delicato e circolare, sostenuto da una batteria elettronica metronomica e immerso in una pericolosa atmosfera goth. Un pezzo che resta.

Ulrika Spacek – The Album Paranoia (Tough Love, 2016)

Ulrika Spacek - The Album ParanoiaNon so voi, ma a volte ci godo veramente di brutto nel farmi ipnotizzare dalla musica. Ci faccio dei gran bei viaggi, ecco tutto. Di quelli che torni un po’ cambiato e col sorrisino idiota sulle labbra.

The Album Paranoia, recentissimo esordio su Tough Love degli Ulrika Spacek, duo berlinese di stanza a Londra, è un bell’album di musica ipnotica. Un’ipnosi costruita su fondamenta di neopsichedelia marcata shoegaze e indie rock anni zero, cui i nostri hanno avuto la decenza di NON affiancare quella roba dream pop melensa che nove volte su dieci rende inascoltabili dischi del genere. Non che manchi il pop, per carità, ma i riferimenti sono ben altri e fa piacere dover constatare che si tratta dei Radiohead. Aggiungete una bella pizzicata di kraut rock (Neu!) e qualche escrezione noise (Spacemen 3, soprattutto, ma anche Gioventù Sonica) e avrete il quadro completo.

Quasi completo, perché al netto delle influenze e delle infinite catene di rimandi ci sono le canzoni e sono quelle, come in ogni buon disco pop che si rispetti, a fare la differenza. Senza voler per nulla strafare, gli Ulrika Spacek sono riusciti a comporre una collezione di pezzi orecchiabili e ben costruiti, che fanno l’altalena tra momenti di rumore bianco, dilatato dalla ripetizione dei riff e patterns melodici, e altri di pura elegìa pop, ben orchestrata e mai noiosa.

ulrika-spacek_miniL’esempio più emblematico, e cioè il pezzo migliore del disco, è senz’altro la Beta Male che trovate qua sotto: un pezzo instabile, schizofrenico, in bilico tra l’esigenza di graffiare (il riffone heavy e le chitarre sature in apertura e chiusura) e la voglia di cullare ed essere cullato (la nenia pop che sta nel mezzo). Poi c’è Porcelain, così perfetta nel suo incedere pop acido, sospinta da una gustosa ritmica metronomica e sferzata da dolci brezze di rumore; o Strawberry Glue, che suona come i Radiohead dopo una pera di adrenalina, o ancora Ultra Vivid, un indie pop malinconico dalla melodia irresistibile. Il resto, che potete scoprire da soli ascoltandolo qui, è una variazione più o meno riuscita (quasi sempre più, diciamolo) sul tema dei brani citati.

Tolti i momenti in cui il già sentito (i Radiohead su Airportism; il riff dell’iniziale I Don’t Know, preso pari pari da Don’t Play With Guns dei Black Angels) ha spezzato un poco l’andatura e rovinato la poesia, il viaggio è stato piacevole, un’esperienza da ripetere, e chissà che non migliori col tempo. O col secondo album magari. Io intanto, per non sbagliarmi, mi rimetto in cammino. (7)