Entrance – Book of Changes (Thrill Jockey, 2017)

[Il disco è uscito il 24 febbraio scorso, e queste poche righe le avevo buttate giù tempo fa; avrei voluto aggiungere qualcosa, fare una recensione più dettagliata, ma il tempo mi è scivolato dalle mani e non ci sono mai riuscito. Fa niente. Quelle parole, in fondo, erano più che sufficienti a dar conto di cos’è “Book of Changes” e siccome non è scaduto, anzi è migliorato, ve lo propongo ora]

Dismessi già da qualche anno i panni del rocker acido e decadente, preda impaurita dei deliri dell’eroina, gli rimangono addosso quelli di un Townes Van Zandt qualsiasi (“qualsiasi” si fa per dire eh!); o di un Nick Drake, fate vobis. Vestiti leggeri e dai caldi colori autunnali, che il buon vecchio Guy sa portare con durezza ed eleganza, pennellando espressive ballate notturne che fanno accapponare la pelle. Merito dei corposi (ma non stucchevoli) arrangiamenti, di quella voce tremante e carica di pathos e di liriche che mostrano una acquisita consapevolezza autoriale e una ritrovata pace interiore. Preso insieme all’EP dell’anno scorso (“Promises”), è tutto ciò che dovete sapere del nuovo corso del caro Blakeslee/Entrance.

I pezzi migliori: I’d Be A Fool, The Avenue, Molly, Revolution Eyes.

 

Un paio di mesi fa la Thrill Jockey ha condiviso sul profilo soundcloud questa bella reinterpretazione del classico True Love Will Find You in the End, del buon Daniel Johnston, che al momento in cui scrivo non è ancora stata pubblicata su disco. Per la cronaca: lo scorso 2 novembre Guy ha suonato la chitarra per la band di Daniel Johnston all’Orpheum Theatre di Los Angeles, una delle date dell’annunciato ultimo tour di Johnston.

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Piatto pesante #1

All Them Witches – Sleeping Through the War (New West): se il precedente era un’opera heavy-folk (si dice? no? sticazzi) caliginosa, oscura e prevalentemente strumentale, questo nuovo lavoro è caldo, heavy, vocale e colorato. È caldo come il blues e il sud degli Stati Uniti, ispirazione prepotente delle otto tracce che lo compongono, e lisergico come un fottuto viaggio heavy lisergico. Ed è la cosa più bella uscita dalla penna e dagli strumenti del quartetto di Nashville.

 

Arbouretum – Song of the Rose (Thrill Jockey): gli Arbouretum fanno quello che tutti si aspettano da loro, ma lo fanno bene. E quindi vale ancora la pena di perdersi, la sera, cullati da queste dolci e rocciose ballate folk rock che profumano di psichedelia (Absolution Song vince su tutte). Che se invece di uscire in primavera fosse uscito in pieno inverno, avrei potuto anche farmici seriamente del male.

 

Colour Haze – In Her Garden (Elektrohasch): i Colour Haze non ce la fanno proprio a non evolversi almeno un po’ (e pare che abbiano anche grossi problemi a fare un disco brutto). Ed ecco, allora, che ti tirano fuori un album che funkeggia a ritmi spinti su tappeti heavy-psych un po’ pazzoidi, virati jazz; per niente facile all’ascolto (ce ne vogliono almeno tre o quattro per entrarci in confidenza), ma infine godereccio.

 

Crystal Fairy – Crystal Fairy (Ipecac): potevano fare un capolavoro e invece hanno fatto un discone, questa la grande colpa del supergruppo composto da Dale Crover, Buzz Osbourne (Melvins), Teri Gender Bender (Le Butcherettes) e Omar Rodriguez Lopez (At the Drive-In, Mars Volta). E il grande merito? L’aver fatto un album di alternative rock deviante di tutto rispetto, pesante e schizzato come pochi, tetro e decisamente poco ruffiano.

 

Feral Ohms – Feral Ohms (Silver Current): noise rock acido e tonante, suonato con piglio battagliero à-la MC5 e condito con epica hard rock anni Settanta. L’esordio dei Feral Ohms trasuda energia, furore e una ruvida semplicità stradaiola fatta di riff aggressivi, assolo taglienti e (grezzi) acuti vocali d’altri tempi. Una roba che può rappacificare all’istante col rock’n’roll.

 

Idles – Brutalism (Balley): con tutta probabilità il disco noise rock dell’anno in corso. Un album che riesce a coniugare e far fruttare, a beneficio di un pubblico ansioso in cerca di catarsi, la decadenza post-punk dei Protomartyr, la scimmia dei Jesus Lizard, il sarcasmo tagliente dei Mclusky e la sensibilità pop dei Blur. Brutale e decisamente poco gentile, ma potenzialmente radiofonico (ehm), Brutalism riesce a ritagliarsi un posto d’onore nel pantheon del noise-punk di tutti i tempi e a scavare un solco profondo e fecondo nell’Inghilterra post-Brexit.

 

Pontiak – Dialectic of Ignorance (Thrill Jockey): i fratelli Carney sono diventati produttori di birra dal 2015 con il marchio Pen Druid. Luppolo e malto d’orzo, niente di che, ma qui sembra abbiano esagerato coi funghetti. Limate le asperità heavy, quel che resta è psichedelia da jam session un po’ noiosa e citazionista, nella quale tutto è un po’ sfumato e fluttuante e della quale poco resta, arrivati alla meta.