Piatto pesante #2

Chelsea Wolfe – Hiss Spun (Sargent House): doom e sludge non sono mai stati così vicini alle intenzioni e alle produzioni di nostra signora Chelsea Wolfe. La pesantezza (in ogni sua declinazione) è sempre stata la sua cifra, ma qui i riff e le atmosfere si impongono come macigni. Il filtro, che comunque è ben presente, è rappresentato dalla solita voce eterea e spettrale, gotica molto più di quanto basterebbe, da pulsazioni elettroniche che danno un “tenero” sapore wave, dal piano triste e da chitarre che – vivaddio! – non si accontentano mai di star lì a riffare e si prodigano in brevi, elastici fraseggi, ritmi acustici, o in striscianti e paurosi grugniti (courtesy of Mr. Troy Van Leeuwen). È il modo molto metal ma anche molto suo di raccontarci storie di amore e tradimenti, decadenza, rabbia, forza che ritorna e che spazza via tutto il nero che c’è. Non siamo ai livelli del precedente “Abyss”, cui le melodie, meglio pennellate, conferivano un fascino davvero importante, ma l’opera raggiunge comunque altitudini decisive, dalle quali poter continuare a guardare il resto del mondo in pressoché totale solitudine (o, al limite, in buona compagnia).
[lei][l’etichetta]

 

Ghold – Stoic (Crypt of the Wizard): uscito la scorsa primavera, il terzo album dei Ghold mi ha fulminato sulla via di Damasco alle 4 spaccate di una notte insonne di fine novembre. Per caso. Anzi, contro il caso, essendomi posto all’ascolto “di tigna” dopo aver letto una recensione non proprio positiva. Mi ha buttato a terra con un lento incedere sludge, melvinsiano a voler generalizzare, aperture melodiche annebbiate dai feedback, sperimentazioni su temi industriali, ricadute doom e accelerazioni sul filo del rumore puro. Gira voce sia la loro opera migliore. Non so, non ho ancora avuto il piacere di fare il viaggio a ritroso, ma di certo è qualcosa che scotta (SKHUL V e SKHUL VI le cose più calde).
[loro][l’etichetta]

 

Kadavar – Rough Times (Nuclear Blast): l’epoca in cui li si sentiva additare come (pur bravissimi) epigoni dei Black Sabbath è andata, e quella che ci troviamo ad ascoltare oggi è una band che sì, parte da quelle premesse, ma per finire il viaggio in territori sensibilmente distanti. I riff heavy post sabbathiani sono sempre ben presenti, ma non sono più la sola forza propulsiva del rock dell’infaticabile power trio tedesco. “Rough Times” mette in mostra una vena psichedelica/space forte e matura, e anche il miglior pop dei sixties non è poi così lontano dall’orizzonte dei nostri (nella versione deluxe è pure presente una cover di Helter Skelter). I pezzi, alle volte, si liquefanno per l’azione degli acidi e quasi tutti hanno l’aria di potenziali singoloni. Questa è la nuova zuppa Kadavar. Una zuppa saporita che finisce per fare da metro di paragone di tante zuppe riscaldate che si sentono in giro. Un album imperdibile.
[loro][l’etichetta]

 

Snowy Dunes – Atlantis (HeviSike): li avevo lasciati che jammavano senza meta e li ritrovo che mettono a fuoco e lavorano di songwriting, distesi e sicuri, decisi a tirar fuori un piccolo gioiello heavy psych di questi giorni infami. Un heavy rock dalle tinte blues, soul e gospel: colori che danno calore e profondità; un rock solido e roccioso, con le vene colme di acido lisergico. Si sentono forti la passione e la voglia di suonare e, a pelle, la facilità e la scioltezza con la quale hanno dato vita e forma a questi pezzi. Testify (il singolo) e The Trident & the Moon, una voce calda e versatile, un interplay naturale, quasi fluido, sono tutte cose da evidenziare col giallo, sulle quali fa piacere tornarci su. Bello bello bello.
[loro][l’etichetta]

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Thurston Moore non si fa pregare e ci dà in pasto un po’ di noise

E dopo il buon Ranaldo approda su queste pagine l’ex sodale e iperattivo Thurston Moore, il quale quest’anno – bontà sua, goduria nostra – ha già sfornato un album solista (il bel “Rock’n’roll Consciousness”) e un disco-collaborazione con il polistrumentista turco Umut Çağlar (“Dunia”, in uscita a giorni per Astral Spirits): girano belle voci su questo vertice di casinisti, mi auguro di darlo presto in pasto ai miei timpani vogliosi. È evidente però che a sua altezza non bastava, e quindi ha pensato bene di gettare sul banco il carico da undici: uno scontro impro/jazz/rumorista con Charles Hayward, già batterista dei grandiosi sperimentatori This Heat. Il disco s’intitolerà “Improvisations” e uscirà il prossimo 10 novembre per quelli di Care In The Community Recordings (l’uscita è solo vinilica e in edizione limitata a 500 copie).

Il video-regalo che possiamo assaggiare qua sotto è stato girato ai Lynchmob Studios di Londra lo scorso 2 febbraio, e ci mostra dodici minuti di elettrificanti armonizzazioni e deliri rumoristici sostenuti da un beat a tratti rock e dissennato e a tratti più (free)jazz e circolare. Curiosità per audiofili: la sessione è stata registrata su una console Neve del 1969 costruita ai tempi per la BBC.

Vedere Thurston con in braccio la sua fedele, sfregiata Jaguar fa sempre bene al cuore, ascoltarlo mentre la tormenta ancora di più. Vederlo e ascoltarlo in così bella compagnia neanche riesco a dirlo.

Lee Ranaldo dacci un po’ di noise

Ho passato la mattinata ad ascoltare il nuovo disco di Lee Ranaldo, “Electric Trim” (uscito il mese scorso su Mute records). Su qualche pezzo (Uncle Skeleton, Circular (Right as Rain), Electric Trim) sono tornato più volte, su altri sono inciampato e ho proseguito oltre. In generale posso dire che mi è piaciuto; per alcuni versi anche più del precedente, per altri no. Mi è piaciuto perché Lee mostra di essere fine songwriter ma anche e sempre avventuroso sperimentatore; ti regala canzoni che potrebbero essere delle semplici ballate, ma poi ci piazza quel qualcosa che ti costringe a stare attento, a cercare di capire dove cazzo voglia andare a parare. E questo è bello, innegabilmente, anche se a volte non lo capisci neanche a bastonate (e in questo “Between the Times and the Tides” è superiore, nella sua scultorea coerenza). E poi c’è questo, che dopo un paio di ascolti del suo nuovo LP ho sentito il richiamo del minatore e mi sono messo a scavare la rete per tirar giù i suoi vecchi lavori, e la mattinata si è chiusa sul suo secondo album, “Scriptures of the Golden Eternity”, un baccanale di drone, ansiogeni schizzi di spoken word e ondate di noise chitarristico. Timpani e cuore in estasi (o quasi) e la voglia di farmi male ascoltando tutta la sua discografia da rumoroso sperimentatore dal primo all’ultimo album, senza pause. E boh, allora forse devo ammettere che qualcosa non è andato come doveva tra me e “Electric Trim”, o forse è solo il fatto che mi mancano terribilmente i Sonic Youth, chissà…

The Wheel, la cassettina | #cassettine #loudnotes

Ed ecco una nuova cassettina di musica fresca fresca per palati d’amianto. Meno ruvida dell’EP Rasoio, per carità, ma sempre col motore su di giri.

Banalmente, s’intitola The Wheel perché c’erano ben tre canzoni con questa parola nel titolo.

Si parte con due pezzoni (Beyond the Wheel e Flower) tratti dal disco dell’anno: la riedizione su Sub Pop di Ultramega OK, l’LP d’esordio dei Soundgarden uscito in origine nel 1988 per la SST, rivestito per l’occasione dei panni più caldi, spessi e ruvidi del nuovo mix di sua maestà “Il Grunge”, Jack Endino (a correggere il vecchio mix che aveva un po’ scolorito e inibito la potenza delle canzoni). Sì va be’, non è proprio musica nuova, ma al cuor non si comanda e comunque ecco, ascoltatelo e ditemi se non vi sembra nuovo.

Per il resto, The Wheel contiene solo musica uscita per la prima volta quest’anno, ovvero: il singolo apripista di Why Love Now, quinto scostumato e corrosivo album dei Pissed Jeans, prodotto da Lydia Lunch (per chi non avesse ancora carpito il sarcasmo dei Nostri e si stesse chiedendo cosa diavolo c’entra Lunch con questi quattro cazzoni, consiglio questo articolo); Stick in the Wheel, secondo pezzo tratto dall’incazzatissimo noise album degli GNOD, in uscita a fine mese su Rocket Recordings; Ground Control, il gradito ritorno, dopo ben diciassette anni, dei Boss Hog di Cristina Martinez e Jon Spencer. Poco più giù c’è Leaning on a Wheel, un bellissimo pezzo tratto da A Hairshirt of Purpose, sesto album dei Pile (il segreto meglio custodito dell’indie rock di estrazione post-hardcore), in uscita pure lui a fine mese, ma su Exploding In Sound; a chiudere la zona well-known o quasi c’è Dr. Feelgood Falls Off the Ocean, l’ennesimo singolo grezzo e appiccicoso che apre l’ennesimo album (August By Cake, un disco doppio contenente ben 32 pezzi…) dei Guided By Voices, il centesimo disco sul quale ha messo le mani sir Robert Pollard.

Chiudono la cassetttina due perfetti sconosciuti (almeno per il sottoscritto): i Mountain Movers, che mi si presentano con Angels Don’t Worry, una deliziosa jam pop psichedelica dal retrogusto noise. Il loro (quarto?) album omonimo uscirà il 5 maggio per i tipi della Trouble In Mind. E infine quella che a me è sembrata LA vera chicca: loro sono i Dead Sea Apes e questa Tentacles (The Machine Rolls On) è una strana creatura dub psichedelica che mette l’acquolina in bocca. Sixth Side of the Pentagon, loro ottava fatica (!), uscirà il 3 aprile per Cardinal Fuzz.

E qui la chiudo io. Buon ascolto.

Gnod – “Bodies for Money”

launch109-gnod-jsnttprwcfidm_sIl nuovo album degli Gnod, in uscita il 31 marzo per Rocket Recordings, si presenta con il titolo impegnativo e impegnato di Just Say No To The Psycho Right-Wing Capitalist Fascist Industrial Death Machine. Completa il quadro una cover rosso/nera che urla «anarchia» e che contribuisce a fare del disco una delle dichiarazioni politiche più forti che la storia del rock ricordi.

Certamente più forte delle decine di canzoncine anti-Trump che hanno fatto la loro comparsa nei giorni della salita al potere del nuovo imperatore.

Paddy Shine rincara la dose in merito alle supposte idee rivoluzionarie della band: «In superficie, potrebbe quasi sembrare che non ci sia nessun movimento artistico di natura politica che si oppone a quello che sta accadendo, ma c’è, noi sappiamo che c’è. Forse quel movimento sta lottando per trovare una voce unica in questo momento, ma questo cambierà, deve cambiare» (potete leggere l’intera press release – in inglese – qui).

Un antagonismo dei contenuti che ben si sposa con la violenza del suono dei Gnod, che nei suoi momenti migliori (la discografia della band di Manchester è infinita; potete iniziare con Chaudelande, compilation del 2013 che raccoglie i due omonimi volumi usciti nei due anni precedenti) assume le forme di uno space rock corrosivo basato su ritmiche motorik, drone e staffilate noise.

Spetta alla bella Bodies for Money il compito di introdurre al mondo Just Say No…, e la sua perfezione punk psichedelica fa decisamente ben sperare sul valore e la potenza dell’opera.

Il meglio del 2016 – EP e singoli + live album

Ne ho letti e scritti fin troppi, di pipponi sulle classifiche di fine anno, quindi quest’anno (e così a seguire) ve lo risparmio. Alla fine, il tutto potrebbe essere così riassunto: a me piacciono, quindi le faccio. Statece.

Se avete tenuto le orecchie ben aperte, vi sarete accorti che il 2016 – così come gli anni che l’anno immediatamente preceduto del resto – è stato un buon anno per la musica popolare (a parte i morti ovviamente, ma quelli ci sono ogni anno e sono certo che avete notato). E anche per il rock’n’roll, checché se ne dica giù nelle fogne della critica mainstream o indie™. Meglio precisare.

Qui sotto (e soprattutto nel post dedicato agli album, che seguirà di qualche giorno), se vorrete ascoltare, c’è la mia umile testimonianza a corredo della tesi esposta sopra. Si inizia con le liste in ordine alfabetico di EP/singoli e live album. Vamos!

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Pill – Convenience (Mexican Summer, 2016)

a2005807613_10Giorni passati a cestinare dischi inutili, poi finalmente ne becco uno bello. O quantomeno interessante e promettente.

È un debutto. Ha una copertina sconveniente. È un po’ punk. La copertina, ma pure il contenuto. Punk come lo suonavano a New York verso la fine degli anni ’70-inizio ’80: no wave piena di spigoli rumorosi, chitarre glaciali e ritmi strambi. Ma non è tutto. C’è del (free)jazz, a volte, o quantomeno un sax, che a volte è arrogante e sgraziato, altre quasi dolce. Dolce come una fottuta pasticca colorata. C’è pure della psichedelia, ma potete anche scordarvi Frisco, o il deserto, o qualsiasi altra cosa che tradizionalmente associate al concetto. È psichedelia dei sobborghi e dei garage latrina: scostante.

Con le radici ben piantate nella tradizione underground newyorkese, i Pill si muovono orgogliosi e combattivi in un melting pot musicale fatto di fiammate di rumore e momenti di sospensione psichedelica, in una dialettica continua e feconda tra melodia e dissonanza. La verve polemica dei testi della cantante Veronica Torres, impregnati di femminismo e critica sociale, è quella d’altri tempi ma è adatta a questi tempi e terribilmente benvenuta. E Convenience è un’affermazione di forza e competenza rare. (7,5)

Moa Anbessa, ovvero dei miei viaggi con Getatchew Mekuria

getachew-mekuria-the-exIeri, un maledetto 4 aprile qualsiasi, se ne è andato all’età di 81 anni Getatchew Mekuria, grandissimo sassofonista etiope.

Ne so poco di Mekuria, per la verità, però c’è stato un periodo della mia vita (un periodo bello) in cui io e lui siamo stati grandissimi amici: così, quando ho letto della sua morte sulla pagina degli Ex, ho sentito il bisogno fisico di buttar giù due righe. Che non potevano prendere altra forma, rebus sic stantibus, se non quella di una breve storiella sul come e sul perché siamo diventati compagni inseparabili.

Mi imbattei in questo gigante del jazz africano dieci anni fa o giù di lì grazie a Moa Anbessa (Terp, 2006), primo frutto discografico del sodalizio artistico con gli Ex. Probabilmente andò nel modo per me piuttosto classico: ne lessi la recensione da qualche parte, ne fui incuriosito, lo scaricai, lo masterizzai e lo piazzai nel raccoglitore dei CD che tenevo in macchina. Punto. Non avevo ascoltato mai niente di anche lontanamente simile prima di allora, e mai avrei potuto immaginare che mi sarei innamorato di un disco così, un’opera lunghissima (per il sottoscritto un disco di sessanta minuti è lunghissimo, ebbene sì) che mescola post-punk, jazz africano, noise e musica popolare etiope. «Cristo, ma cos’è ‘sta merda?!», avrei risposto a chi mi avesse descritto un album del genere solo pochi anni prima.

getatchew mekuria - moa anbessaE invece andò così, mi rapì subito e lo amai profondamente: il calore e la libertà del sax di Mekuria, la ruvidezza delle chitarre, i sentori africani e quelli punk, la compattezza del suono e la sua leggerezza, la musica che si esalta ad ogni singola nota, tutto era ed è perfetto in quel disco. Persino le imperfezioni. Mi ci tuffai dentro, letteralmente, e ben presto divenne il piacevole compagno dei numerosi (e spesso solitari) viaggi in macchina con i quali, ai tempi, attraversavo il poetico tratto di Cassia che separa San Lorenzo Nuovo da Siena, facendo la spola tra la vita universitaria e qualche fine settimana al paesello.

Lo ascolto sempre molto volentieri, Moa Anbessa, e ogni qual volta partono le note di Ethiopia Hagere, Muiscawi Silt o Tezalegn Yetentu parte anche il filmino dei flashbacks nella mia testa, e mi vedo alla guida della vecchia Rover 200 verde mentre “sfreccio” sulla Cassia all’altezza di Bagno Vignoni o Buonconvento, mezzo stonato dalla musica e dai tranquillanti naturali. Una di quelle volte, un amico che faceva il viaggio con me (Riccardo) riconobbe l’album sfogliando il raccoglitore dei CD e ce lo ascoltammo insieme e fu una cazzo di gioia condividerlo con qualcuno!

[ascoltai ed amai così tanto quel disco che anni dopo, quando conobbi il ragazzo etiope che avrebbe frequentato con me il master in microfinanza a Bruxelles, non trovai niente di meglio da fare, per gettare un ponte e rompere il ghiaccio, che parlargli di Mekuria e di Moa Anbessa. Non aveva la più pallida idea di cosa stessi cianciando, per la cronaca, e ci rimasi come un perfetto coglione]

Fu così che Moa Anbessa divenne, per me, la storia di quei viaggi in quell’anno lì – il 2007, più intenso e generoso di tanti altri (nei miei flashbacks c’è sempre il sole!); ma fu anche, in retrospettiva, la storia di due incontri musicali definitivi. Quello con gli Ex, che avevo ascoltato poco e sempre distrattamente, e che da allora hanno scalato velocemente posizioni, attestandosi belli alti nel gruppo ristretto delle “band della vita”; e quello con il jazz, la cui presenza nei miei ascolti si sarebbe decisamente moltiplicata negli anni a venire. Ed è tutta colpa tua, nonno Getatchew. Mi mancherai.

Ulrika Spacek – The Album Paranoia (Tough Love, 2016)

Ulrika Spacek - The Album ParanoiaNon so voi, ma a volte ci godo veramente di brutto nel farmi ipnotizzare dalla musica. Ci faccio dei gran bei viaggi, ecco tutto. Di quelli che torni un po’ cambiato e col sorrisino idiota sulle labbra.

The Album Paranoia, recentissimo esordio su Tough Love degli Ulrika Spacek, duo berlinese di stanza a Londra, è un bell’album di musica ipnotica. Un’ipnosi costruita su fondamenta di neopsichedelia marcata shoegaze e indie rock anni zero, cui i nostri hanno avuto la decenza di NON affiancare quella roba dream pop melensa che nove volte su dieci rende inascoltabili dischi del genere. Non che manchi il pop, per carità, ma i riferimenti sono ben altri e fa piacere dover constatare che si tratta dei Radiohead. Aggiungete una bella pizzicata di kraut rock (Neu!) e qualche escrezione noise (Spacemen 3, soprattutto, ma anche Gioventù Sonica) e avrete il quadro completo.

Quasi completo, perché al netto delle influenze e delle infinite catene di rimandi ci sono le canzoni e sono quelle, come in ogni buon disco pop che si rispetti, a fare la differenza. Senza voler per nulla strafare, gli Ulrika Spacek sono riusciti a comporre una collezione di pezzi orecchiabili e ben costruiti, che fanno l’altalena tra momenti di rumore bianco, dilatato dalla ripetizione dei riff e patterns melodici, e altri di pura elegìa pop, ben orchestrata e mai noiosa.

ulrika-spacek_miniL’esempio più emblematico, e cioè il pezzo migliore del disco, è senz’altro la Beta Male che trovate qua sotto: un pezzo instabile, schizofrenico, in bilico tra l’esigenza di graffiare (il riffone heavy e le chitarre sature in apertura e chiusura) e la voglia di cullare ed essere cullato (la nenia pop che sta nel mezzo). Poi c’è Porcelain, così perfetta nel suo incedere pop acido, sospinta da una gustosa ritmica metronomica e sferzata da dolci brezze di rumore; o Strawberry Glue, che suona come i Radiohead dopo una pera di adrenalina, o ancora Ultra Vivid, un indie pop malinconico dalla melodia irresistibile. Il resto, che potete scoprire da soli ascoltandolo qui, è una variazione più o meno riuscita (quasi sempre più, diciamolo) sul tema dei brani citati.

Tolti i momenti in cui il già sentito (i Radiohead su Airportism; il riff dell’iniziale I Don’t Know, preso pari pari da Don’t Play With Guns dei Black Angels) ha spezzato un poco l’andatura e rovinato la poesia, il viaggio è stato piacevole, un’esperienza da ripetere, e chissà che non migliori col tempo. O col secondo album magari. Io intanto, per non sbagliarmi, mi rimetto in cammino. (7)

Falling Stacks – No Wives (Battle Worldwide, 2015)

BATTLE023_750x750Quando ti vengono in mente nomi quali Fugazi, The Ex, Minutemen, NoMeansNo, The Fall, Shellac, Wire, Unwound e quello che esce dalle casse sta picchiando così duro che ti costringe a sfanculare i suddetti nomi e a concentrarti sull’ascolto, allora significa che qualcosa è andato maledettamente bene. E quel qualcosa, nella fattispecie, è No Wives, esordio lungo di un misconosciuto trio di Bristol che risponde al nome di Falling Stacks (dei quali non so niente a parte questo). Un disco che ha la consistenza e l’insolenza di una legnata secca e ben assestata.

Irrequieto e manesco, intelligente e rabbioso, rumoroso e cervellotico, grezzo in produzione e preciso nell’esecuzione (live, è evidente), No Wives è il tipico disco che vale un’intera carriera di uno qualsiasi di quegli stramaledetti gruppi post-punk e indie rock che hanno infestato l’aere in questi ultimi quindici anni (nominateli voi che non ne ho voglia).

Un disco fieramente indipendente e poco incline ai compromessi, ruvido come carta abrasiva e scuro come una notte senza luna, pericoloso e sinceramente impresentabile (e perciò grande, immenso) in epoca di indie rock pulito carino e orecchiabile e buono a un cazzo.

Dal punto di vista strettamente musicale l’esordio del trio è un tripudio di tempi dispari e ritmiche sghembe (Silverware), linee di basso robuste e sinuose (No Stops, Los Ticos, la stessa Silverware), chitarre glaciali, imprevedibili e taglienti; una folle collezione di attacchi e ritirate, sfuriate cariche di rumore e momenti di sospensione/distensione (Double Skull su tutte), danze schizoidi e bastonate (post)hardcore (Pool Party, Dust Motes). Il cantante urla come un indemoniato dal fondo di una cantina, riuscendo appena ad emergere dal clangore degli strumenti eppur lasciando il proprio segno evidente nelle orecchie dell’ascoltatore.

No Wives non è un disco facile, ma è di quelli che merita ripetuti et infiniti ascolti e che li vale tutti. Per me, senza alcun dubbio, è il disco dell’anno (9).

qui sotto in streaming intregrale (e potete acquistarlo qui):